Me Parlare Bello un Giorno, di David Sedaris


Odio i computer per tanti motivi, ma più di ogni altra cosa li disprezzo per quello che hanno fatto alla mia amica macchina da scrivere.


È il secondo libro che leggo di Sedaris (il primo è stato "Mi raccomando, tutti vestiti bene", molto tempo fa), ed è stato piacevole ritrovare la sua strampalata famiglia.

Sedaris, per chi non lo conosce, fondamentalmente narra episodi di vita vissuta, né più né meno. Ma non lo fa con pretese intellettuali o con aspirazioni di alta letteratura. Piuttosto, la sua narrazione è leggera e divertente, fortemente autoironica e assolutamente deliziosa. Per più di metà del libro mi sono ritrovata a ridere da sola a letto, sgomitando il mio moroso nel tentativo di
fargli abbandonare il romanzo in lettura per costringerlo a leggere subito questo o quel passo. Dopo un po' di pagine, ho anche smesso di ricopiarmi citazioni perché stavano diventando un po' troppe. Come mi capita con Hornby, anche in questo caso rischiavo di citare buona parte del libro, il che non ha molto senso...

I vari "racconti" del libro parlano prima delle aspirazioni più o meno artistiche di David, con diversi aneddoti sulla sua famiglia, e poi del periodo vissuto a Parigi. Questa parte risulta un po' più lenta nella narrazione rispetto alla prima, e un po' meno brillante, per così dire, ma io l'ho trovata comunque molto divertente (anche se non condivido e anzi disapprovo il fatto di andarsene a vivere in una città straniera e poi far di tutto per non integrarsi e vivere davvero l'esperienza. D'altronde, non sono d'accordo con diverse opinioni di Sedaris, ma questo non ha influito sulla mia capacità di apprezzare il libro).
 
Ho letto che questo autunno dovrebbe uscire il primo film basato su uno scritto di Sedaris (non tratto da questo volume, però), e non vedo l'ora di vederlo. 



"Tieniti forte, figliolo" disse mio padre , "perché qui c'è la chitarra che hai sempre desiderato!"
Doveva avermi scambiato per qualcun altro. Sebbene da tempo caldeggiassi l'acquisto di un aspirapolvere di marca, mai e poi mai avevo espresso il desiderio di possedere una chitarra. Niente in quello strumento solleticava il mio interesse, neppure il mero fattore estetico. Inoltre avevo da poco riarredato la stanza, e la chitarra faceva a pugni con lo stile nautico che avevo scelto. Al limite un'ancora, ma una chitarra proprio no. Mio padre mi chiese di improvvisare. Io improvvisai una sistemazione per il suo regalo: lo sgabuzzino.

Sottoposta a una domanda appassionante, la scienza tendeva a fornire la risposta più tediosa possibile. Gli ioni potevano anche saturare l'aria, ma quando si trattava di saturare l'immaginazione, perlomeno la mia, fallivano miseramente. Ancora oggi preferisco credere che dentro ogni televisore viva una comunità di attori eclettici e delle dimensioni di un pollice, addestrati a impersonare qualsiasi tipo umano, dal giornalista assorto alla moglie del miliardario naufraga su un'isola deserta. I mutamenti climatici sono opera di una serie di gnomi capricciosi, e i condizionatori vengono azionati da una squadra di scoiattoli con le guance imbottite di cubetti di ghiaccio.

Per me il mistero più grande della scienza continua a essere quello che un padre possa mettere al mondo ben sei figli, e che di questi non uno condivida i suoi interessi.

(...) l'ultima sera di vacanza ci saremmo sfidati nell'annuale gara "Miss Meraviglie dell'Idratazione". Il giudice era nostra madre, e il detentore dell'abbronzatura più scura conquistava una corona, una fascia e uno scettro.
Tecnicamente il premio poteva andare tanto a un maschio quanto a una femmina, ma sulla fascia c'era scritto MISS IDRATAZIONE perché si dava per scontato che puntualmente trionfasse mia sorella Gretchen. Per lei l'abbronzatura, da semplice seppur impegnativo hobby, col tempo si era trasformata in qualcosa di più simile ad una turba psicologica. Era diventata ciò che noi definivamo un'"abbronzoressica": una a cui, molto semplicemente, non bastava mai. (...) Aveva persino gli spazi tra le dita dei piedi abbronzati, e così pure i palmi delle mani. E persino il retro delle orecchie! La sua tecnica si basava sull'uso di baby olio e su una serie di posture che di solito attraevano folle di curiosi, costringendo le mamme a riparare gli occhi dei figli con le dita coperte di sabbia.

(...) avevo idee concrete su come dovesse essere la vita di un artista. Seduto alla mia scrivania (...) mi immergevo nel mondo dei libri d'arte presi a prestito dalla biblioteca pubblica. Scorrendo tra i dipinti, mi soffermavo ad ammirare le foto degli artisti seduti nelle loro soffitte, vestiti di camici sbrindellati e con lo sguardo accigliato rivolto verso muscolosi modelli nudi. Passare le giornate in compagnia di uomini nudi: era la vita fatta per me. "Ora voltati leggermente a sinistra, Jean-Claude. Desidero catturare la qualità giocosa delle tue natiche."

Alla vigilia della mia prima lezione di disegno dal vivo non riuscii a dormire, temendo che la presenza di modelli nudi mi avrebbe fisicamente eccitato. Mi sarei ritrovato davanti questa persona, preferibilmente un gagliardo aspirante zootecnico, tutto intento a far sfoggio di muscoli e abbronzatura a beneficio di un pubblico di studenti che, ad eccezione del sottoscritto, in lui non avrebbe visto altro che un'impalcatura di pelle e ossa. Il professore avrebbe notato i miei occhi fuori dalle orbite? Avrebbe fatto commenti sul rivolo di saliva appeso come filo da pesca all'angolo della mia bocca? Avrei potuto tralasciare parti difficili come le mani e i piedi per concentrarmi su quelle che davvero mi interessavano?

(...) affittai un appartamento vicino all'università, dove ebbi modo di scoprire le metanfetamine in cristalli e l'arte concettuale. Due cose di per sé piuttosto pericolose, ma che se combinate possono distruggere intere civiltà. Nell'istante stesso in cui feci il mio primo, urticante tiro, capii che era la droga per me. Lo speed spazza via i dubbi. Sono abbastanza intelligente? Gli altri mi apprezzano? Mi dona davvero questa tuta di plastica? Domande per poveri e insicuri seguaci dell'hashish. Un cultore dello speed sa che tutto ciò che fa o dice è assolutamente brillante. Il grosso vantaggio è che, una volta eliminato il bisogno di cibo e quello di sonno, ti restano ventiquattro ore tonde tonde per spargere il tuo fascino e il tuo talento a piene mani.

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1 commento:

Anonimo ha detto...

Ciao! Se ti va sul mio blog ti ho lasciato un piccolo regalo!
P.s. Ancora non ho iniziato la maratona dei libri di Rory Gilmore come mi ero ripromessa! :)