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Colazione da Tiffany, di Truman Capote





Signorina Holiday Golightly, in transito.



Capita a volte di innamorarsi da un libro fin dalle prime righe. Può capitare perché il linguaggio ti rapisce, o perché un particolare ti colpisce al cuore, oppure una frase buttata lì ti fa scattare qualcosa nel cervello e nell'anima.
Era un po' che non mi accadeva, ma Colazione da Tiffany ce l'ha fatta, mi ha conquistata da subito, fin dalla prima pagina.
La prima cosa che mi ha colpita sono state le descrizioni, soprattutto quelle degli ambienti: in poche parole ben scelte, ci si fa un'immagine mentale chiarissima e anche un filo poetica, e credo che questo sia prova di grandi capacità narrative. Altra cosa, i dialoghi: veloci, privi di inutili voli pindarici, ma non per questo poco informativi.

L'incipit è bellissimo, a mio parere, e forse

Shakespeare Scriveva per Soldi, di Nick Hornby




 "Uno che non devia mai da un elenco prestabilito di libri è già intellettualmente morto"


Questa raccolta è il seguito di "Una vita da lettore" (di cui ho parlato in QUESTO post, quasi esattamente tre anni fa), e contiene gli articoli di Hornby per la rivista Believers tra agosto 2006 (l'altro libro si concludeva con il pezzo di giugno 2006) e settembre 2008.

Come mi era accaduto già con la precedente raccolta, sono rimasta affascinata dalle recensioni di Hornby e mi sono segnata diversi titoli da cercare e aggiungere alle mie liste di letture per i prossimi mesi (anni? Ho già una lista pressocché infinita...), tra i quali "Cronache

Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace





"Ho visto spiagge di zucchero e un'acqua di un blu limpidissimo. Ho visto in completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l'olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato "Mister" in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l'Electric Slide."


Ho scoperto con questo libro uno scrittore geniale, sagace, divertente ma capace di osservazioni pungenti.
Un libriccino come questo, una esilarante storiella di un viaggio in crociera, riesce ad essere una critica acuta e diretta alla società odierna, al lusso sfacciato, allo spreco, allo sfruttamento, ma soprattutto alla stupidità e pochezza umana.

Subito dopo aver finito il libro, sono andata a cercarmi informazioni su David Foster Wallace in rete, e ho così appreso che purtroppo è morto suicida, pare a causa

A Meno Che, di Carol Shields






 Da oggi in poi la vita le sembrerà ogni giorno meno somigliante alla vita.


Non conoscevo Carol Shields, ho scoperto solo dopo aver terminato il romanzo che ha vinto il premio Pulitzer con In cerca di Daisy, che sicuramente leggerò. Né sapevo che A meno che è stato l'ultimo romanzo che ha scritto prima di morire, all'età di 68 anni, per cancro al seno. Mi sono chiesta se una malattia così terribile e squisitamente femminile le abbia ispirato le riflessioni che hanno portato al concepimento di questo romanzo, una storia che parla di donne, della condizione delle donne e di donne che scrivono. Soprattutto di donne che scrivono. E' come se, giunta ormai alla fine del suo viaggio, la Shields abbia voluto togliersi un fastidioso sassolino dalla scarpa, raccontando al mondo quanto sia seccante essere considerata prima di tutto una donna, inteso in senso penalizzante, e poi una scrittrice. Esprime questa lamentela attraverso le lettere (immaginarie) che la sua protagonista, Reta, scrive ad una serie di personaggi "del settore" che parlano di autori influenti, e chissà come mai sembrano dimenticarsi sempre che esistono anche importanti autrici donne nella storia della letteratura.
Un comportamento del genere potrebbe suscitare commenti tipo "eh, ma che puntigliosa" (per usare termini gentili), ma Reta ha un motivo importante per cui si trova a fare queste considerazioni: sua figlia maggiore, 19 anni, un brillante futuro davanti, un ragazzo con cui stavano iniziando a costruire una vita, bella e intelligente, di punto in bianco molla tutto e preferisce trascorrere le sue giornate seduta su un marciapiede, mendicando, comunicando con il mondo solo attraverso un cartello bianco che tiene appeso al collo, un cartello su cui è scritta un'unica parola, Bontà.
Come reagire ad un simile evento? Come interpretarlo? Che cosa l'ha scatenato?
Reta e la sua famiglia, spiazzati, incapaci di comprendere, si attaccano

Fiori per Algernon, di Daniel Keyes



 Più diventerai intelligente e più problemi avrai, Charlie


Ho aspettato troppo per scrivere il commento a questo libro, e come sempre mi succede se non sono fresca di lettura, è andata a finire che mi sono dimenticata le considerazioni che volevo fare.
Mi limiterò ad un paio di pensieri al volo.

Intanto, devo segnalare che ho nutrito un sentimento di amore/odio nei confronti del protagonista, Charlie. Come accade ai personaggi del libro, anch'io l'ho amato di più nella sua versione non intelligente, perché è dolce, dotato di grande bontà, umiltà, gentilezza e fiducia verso il prossimo. Inoltre, la sua spinta a migliorarsi, ad imparare, è commovente.
Il Charlie genio invece è antipatico, pomposo, freddo. Certo, se ne può dedurre facilmente che l'intelligenza da sola non fa di te una persona

Me Parlare Bello un Giorno, di David Sedaris


Odio i computer per tanti motivi, ma più di ogni altra cosa li disprezzo per quello che hanno fatto alla mia amica macchina da scrivere.


È il secondo libro che leggo di Sedaris (il primo è stato "Mi raccomando, tutti vestiti bene", molto tempo fa), ed è stato piacevole ritrovare la sua strampalata famiglia.

Sedaris, per chi non lo conosce, fondamentalmente narra episodi di vita vissuta, né più né meno. Ma non lo fa con pretese intellettuali o con aspirazioni di alta letteratura. Piuttosto, la sua narrazione è leggera e divertente, fortemente autoironica e assolutamente deliziosa. Per più di metà del libro mi sono ritrovata a ridere da sola a letto, sgomitando il mio moroso nel tentativo di

Paura e Disgusto a Las Vegas di Hunter S. Thompson



In una società chiusa nella quale tuti sono colpevoli, l'unico vero crimine è farsi prendere.
In un mondo di ladri, l'unico peccato mortale è la stupidità.


Due sono i pensieri che mi sono subito balzati in testa alla fine di questo libro incredibile: uno, che avrei voluto conoscere Thompson e sballarmi un po' con lui; due, che mi dispiace parecchio di non aver vissuto la beat generation.
Questo libro è la cronaca di un viaggio a Las Vegas fatto nel 1971 da Hunter S. Thompson e dal suo avvocato, a bordo di una Chevrolet rossa prima, e di una Cadillac bianca poi, zeppi di ogni genere di sostanza stupefacente, con la scusa di scrivere due articoli (uno sulla Mint 400, l'altro sulla conferenza dei procuratori) ma soprattutto con il dichiarato intento di trovare il sogno americano.
Thompson, inventore del Gonzo Journalism, non è interessato a raccontarci come si svolgono i fatti passo passo, o meglio non solo: ci trascina dentro la sua mente, ci fa vivere gli eventi attraverso le sue percezioni distorte dalle droghe, ci rende partecipi.
Il libro è delirante

Il mio Mondo è qui, di Dorothy Parker




"Non c'è salvezza per i cuori teneri"



Ero molto curiosa di leggere qualcosa della Parker. Mi sono avvicinata a questa autrice, lo confesso, grazie ad una serie tv, Gilmore Girls. Gli autori di questa serie hanno fondato la casa di produzione "Dorothy Parker Drank Here" proprio per produrre questo telefilm, che si caratterizza per i dialoghi carichi di ironia, gli innumerevoli riferimenti culturali (sono citati più di 350 libri durante le 7 stagioni, dozzine di gruppi musicali e non so quanti film), e per le protagoniste, due figure femminili intelligenti, indipendenti, interessate al pensiero femminista, decise ad ottenere ciò che vogliono nella vita.
Mi sono chiesta allora chi fosse questa speciale donna, Dorothy Parker, tanto amata dagli autori da dedicarle addirittura la casa di produzione (inoltre, l'autrice è inclusa nella sfida "I libri di Rory", di cui parlo

La Valle delle Bambole, di Jaqueline Susann


"Se devi fare qualcosa, falla al cento per cento. Mai fare le cose a mezzo."


Mentre mi approssimavo alla fine del libro, ho iniziato a pensare a come l'avrei recensito. Perchè mi sono resa conto, quando ormai mi mancavano circa un centinaio di pagine alla conclusione, che questa storia non mi stava lasciando praticamente nulla se non qualche fredda considerazione su cosa si nasconde dietro il mondo patinato della celebrità. 

Durante la lettura, mi sono sopresa a guardare le attrici per tv e domandarmi

I Sublimi Segreti delle Ya-Ya Sisters, di Rebecca Wells




 "Se Dio si nasconde nei dettagli, forse anche noi facciamo altrettanto."



Su Anobii (QUI la mia libreria) ho dato 4 stelle al libro della Wells, ma non con troppa convinzione. Diciamo che ho dato 4 stelle alla storia, non al libro.
Le Ya-Ya, e Vivi Abbott in particolare, sono la parte bella del libro, i ricordi del passato. Il presente, Sidda e i suoi rimuginamenti invece sono la parte lagnosa del romanzo, la parte eccessivamente lunga, melensa, pesante, piena di descrizioni sentimentali del paesaggio, invocazioni alla Madonna, pensieri che dovrebbero essere poetici ma sono solo noiosi. Fosse dipeso da me, avrei asciugato questo romanzo di un centinaio di pagine, ma può essere che il mio giudizio sia stato condizionato negativamente dal mio stato di salute

31 Canzoni, di Nick Hornby




"Un paio di volte all'anno mi faccio una cassetta da mettere in macchina, un nastro pieno di tutte le nuove canzoni che ho amato nel corso degli ultimi mesi. Ogni volta che ne completo una mi pare impossibile che potrà essercene un'altra. Ma c'è sempre, e non vedo l'ora che arrivi: basterebbe qualche altro centinaio di cose come questa per rendere la vita degna di essere vissuta."

Se Hornby scrivesse un libro in cui mi racconta le sue ricette preferite, o i suoi giochi di società preferiti, o i suoi mezzi di locomozione preferiti, probabilmente lo comprerei, lo leggerei tutto d'un fiato e mi piacerebbe pure. Il suo modo di scrivere ironico, divertente, coinvolgente, mi conquista sempre tanto da farmi venire voglia di citare tre quarti del libro e di andare in giro sventolandolo come una forsennata sotto il naso dei miei amici per far loro leggere certi passaggi particolarmente arguti o spassosi. In pratica, Hornby ha la capacità di farmi venire una cotta per lui ogni

Ritorno a Peyton Place, di Grace Metalious




"Da bambina, pensavate di non essere bella. Eravate quella strana, che non si adattava a nessun gruppo e detestava tutti quelli che vi si adattavano e, senza neanche rendervene conto, avete incominciato a pensare, più o meno, lo farò vedere io a tutti, e così è stato."


Il seguito de I peccati di Peyton Place (di cui parlo in questo post) è estremamente diverso dal best seller che ha reso celebre Grace Metalious nel mondo (dopo averlo scandalizzato). È diverso sia il modo di scrivere, che il linguaggio, che il tipo di storia.
Se il primo romanzo raccontava la vita, pubblica e privata, di diversi abitanti di una piccola città, qui la Metalious si concentra su Allison MacKenzie, che verosimilmente è il suo alter ego letterario. Allison scrive un romanzo, dal titolo

I Peccati di Peyton Place di Grace Metalious



"Se ogni uomo (...) smettesse di accusare e di odiare gli altri per i propri fallimenti e per i propri errori, al mondo non esisterebbe più il male, dalla guerra alla maldicenza."


Non so cosa mi aspettassi esattamente prima di cominciare a leggere questo libro, ma di certo non pensavo di esserne letteralmente rapita fin dai primi capitoli. Da una casalinga americana nata nel 1924, non mi aspettavo di certo un tale vivido linguaggio, e descrizioni così moderne. E a quanto pare non se lo aspettavano nemmeno i suoi contemporanei, incuriositi e scandalizzati dalle scene di sesso e dai peccati di provincia così chiaramente raccontati nel romanzo della Metalious.
Il libro fece scandalo, e diventò in breve il primo vero best-seller internazionale. Mi posso facilmente immaginare le signore che lo condannavano pubblicamente ma poi lo leggevano di nascosto,

La Campana di Vetro, di Sylvia Plath




"Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno."


Meraviglioso e terribile, angosciante e poetico. 

Sapere poi che la storia è in larga parte autobiografica e che la Plath si suicidò un mese dopo la pubblicazione del suo unico, splendido, romanzo, dona alla lettura tutta un'altra profondità, e alla fine, sarà forse perché il periodo in cui ho letto questo romanzo è forse il più azzeccato per farmelo "sentire" davvero, ho lasciato Esther controvoglia, come se abbandonassi un'amica al suo infelice destino di donna con una mente così acuta e anticonformista da non riuscire a trovare il suo posto del mondo. O meglio, da non poter accettare il posto che il mondo le ha riservato. 

Ho amato

Uomini e Topi, di John Steinbeck




 "Noi invece è diverso! E perché? Perché... perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te, ecco perché."



Sapevo già come andava a finire (impossibile non sapere il finale di un romanzo in cui uno dei protagonisti, Lennie, si chiama come me), eppure sono qui che piango lo stesso, perché la storia mi ha travolto.
La storia è intrisa di tristezza fin dalle prime pagine, lo sconforto, il senso di sconfitta del periodo successivo alla Grande Depressione, lo scoramento di chi non ha futuro, non ha un posto dove vivere, non ha null'altro che se stesso. Per i braccianti, che si muovono di ranch in ranch in cerca di un tetto sopra la testa, un pasto caldo e una paga a giornata, non ci sono prospettive, non c'è niente che li renda diversi da un bue o da un carro: sono intercambiabili, utili solo finchè possono lavorare, e nessuno pensa a loro. Ma per George e Lennie non è così, perchè "Per noi è diverso. Noi abbiamo

Fiesta, di Ernest Hemingway




"La fiesta era proprio cominciata. Sarebbe durata, giorno e notte, per una settimana. Sarebbero continuate le danze, sarebbe continuato il bere, non sarebbe cessato il rumore. Le cose che accaddero potevano accadere solo durante una fiesta. Alla fine tutto divenne irreale e sembrava che niente potesse avere conseguenze. Sembrava fuori luogo pensare alle conseguenze durante la fiesta. Per tutta la sua durata, avevi la sensazione, anche nei momenti di silenzio, di dover sempre urlare per farti udire. Era la stessa sensazione che provi durante un combattimento. Era una fiesta, e durò sette giorni."



Per anni sono sempre stata affascinata dall'idea di Hemingway, un concetto tutto mio difficile da spiegare. Titoli come Il vecchio e il mare e Per chi suona la campana mi hanno sempre incusso una specie di timore reverenziale (un po' come il Moby Dick di Melville, l'Ulysse di Joyce e Grandi Speranze di Dickens). Sono quei libri di cui ho sempre sentito parlare in toni ammirati, ma che poi per un qualche motivo avevo paura di affrontare, paura di non riuscire a capirli od apprezzarli, paura di ritrovarmi a pensare che dei capisaldi della letteratura sono in realtà dei mattoni indigeribili o delle montagne insormontabili, troppo dure da scalare.
Ma ultimamente ho preso la decisione di cercare di recuperare tutti quei grandi classici moderni, tutti quegli autori che per pura pigrizia (o, appunto, per un qualche ingiustificato timore) ho finora lasciato in un limbo, in attesa della giusta ispirazione che, a quanto pare, finalmente è arrivata (ringraziamo il cielo). Per dirla con Hornby, "a mano a mano che invecchio, sento sempre di più il peso della mia ignoranza".

L'Ereditiera, di Henry James




"...L'aveva raggiunta e si era accostato a lei come se avesse qualche cosa da dirle. Negli occhi aveva ancora il bagliore del tramonto che aveva fissato. Improvvisamente, a voce sommessa, le aveva rivolto una inaspettata domanda:
"Hai rinunciato a lui?""

Avendo appena finito Il Grande Gatsby, volevo buttarmi a leggere qualcosa di Henry James, dato che Fitzgerald lo amava molto.
In realtà, avevo intenzione di leggere Giro di Vite o un'altra delle sue storie di fantasmi, ma poi sabato ero alla libreria dell'usato e mi è capitato in mano questo L'Ereditiera, ancora incelofanato, con sopra un adesivo recante la scritta "Residuo di magazzino - nessuno mi ha voluto leggere" e non ho resistito, ho dovuto comprarlo e leggerlo subito.
Ora, devo ammettere che la trama non mi attraeva granché. Il titolo (ovviamente la colpa è della traduzione italiana, dato che il romanzo originale si chiama Washington Square), sommato alla immagine in copertina dell'edizione de l'Accademia narratori del mondo mi faceva temere una storia stucchevole con la solita eroina bella, ricca e innamorata, che non può essere felice a causa del padre padrone.

Il Grande Gatsby (il film del '74)



 "Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può"

Avendo finito oggi di leggere il romanzo, mi sembrava una buona idea guardarmi anche il film (anzi, uno dei film, dato che quello del 1974 sceneggiato da Francis Ford Coppola e diretto da Jack Clayton è la terza versione cinematografica della storia di Francis Scott Fitzgerald).


Il film è bello, non c'è che dire: sfarzoso, bei costumi, belle scenografie... ma mi ha lasciato un'impressione povera, come se fosse vuoto, senz'anima... di certo è quasi completamente privo della profonda ironia di cui è pervaso il romanzo, e anche della narrazione divertente ma al contempo piena di riflessioni su un mondo decadente e finto, ed è lento e a tratti noioso, cosa che invece il libro

Il Grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald



 Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato

Sono arrivata a questo libro dopo aver letto Revolutionary Road di Yates, perchè Yates era fortemente influenzato dallo stile di Fitzgerald, e considerava Il Grande Gatsby un vero e proprio capolavoro di scrittura. Non era certamente la prima volta che ne sentivo parlare in toni entusiastici, ma a questo punto mi sembrava necessario rimediare alla mia enorme mancanza (mai letto nulla di Fitzgerald, ma dopo aver letto questo romanzo direi che rimedierò in fretta leggendo tutti i suoi scritti principali al più presto).

Il romanzo non lo si legge semplicemente: lo si divora.
"Un uomo con un lungo spolverino era sceso dalla macchina accidentata e adesso se ne stava in mezzo alla strada, guardando dalla macchina alla gomma e dalla gomma ai curiosi con aria divertita e perplessa.
"Guardate!", spiegò. "Sono finito nel fosso".
(...)
"Com'è successo?"
Lui scrollò le spalle.
"Non capisco niente di motori", disse con decisione.
"Ma come è successo? Ha sbattuto contro il muro?"
"Non chiedetemelo" (...) "Non guido bene - anzi, male. E' successo e non so altro".
"Be', se guida male non dovrebbe guidare di notte".
"Ma non ci ho neanche provato", spiegò indignato, "non ci stavo neanche provando".
Un silenzio intimidito calò sugli astanti.
"Vuole uccidersi?"
"E' stata una fortuna che sia saltata solo una ruota. Guidare male e non provarci neanche".
"Non capite", spiegò il criminale. "Non stavo guidando. C'è un altro uomo in macchina".
Lo shock che seguì questa dichiarazione trovò voce in un sostenuto "Ah-h-h!" quando la portiera della coupé si aprì lentamente. La folla - adesso era una folla - fece un passo indietro involontariamente, e quando la portiera fu spalancata ci fu una pausa spettrale. Poi, piano piano, poco a poco, un individuo pallido e ciondolante uscì dal rottame, tastando con prudenza il terreno con una grande scarpa che ballonzolava incerta.
Accecata dalle torce e confusa dall'incessante suono di clacson, l'apparizione restò in piedi barcollando prima di scorgere l'uomo con lo spolverino.
"Che succede?", chiese calmo. "Abbiamo finito la benzina?"
"Guardi!".
Una mezza dozzina di dita indicarono la ruota amputata - lui la fissò per un momento e poi guardò in alto come se sospettasse che fosse piovuta dal cielo.
"E' venuta via", gli spiegò qualcuno.
Lui annuì.
"Non mi sono accorto subito che ci eravamo fermati".
Una pausa. Poi, prendendo un lungo respiro e raddrizzando le spalle, osservò con voce decisa:
"Sapete dove si trova una stazione di servizio?"
Almeno una dozzina di uomini, alcuni dei quali in condizioni appena migliori delle sue, gli spiegò che la ruota e la macchina non erano più attaccate.
"Tiratela indietro", suggerì dopo un momento. "Mettetela in retromarcia".
"Ma non c'è più la ruota!".
Lui esitò.
"Tentare non nuoce", disse."

Francis Scott Fitzgerald, Il Grande Gatsby



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