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Tanto per cambiare...

Non è quando inizio a cercare in giro per la rete notizie di qualsiasi genere che lo riguardano.
Non è quando saltello avidamente da un video all'altro su youtube (e le ore passano).
Non è quando mi metto a scaricare foto su foto, intasando l'hard disk.
Non è quando sfrangio i maroni a tutti quelli che mi stanno intorno parlando solo di quello.
Noooo...
Finchè faccio tutte queste cose potrei semplicemente essere in un momento di fangirlaggine acuta, ma poi passa e torno normale. C'è ancora speranza. E' già capitato.
E' quando mi sveglio la mattina con un sorriso idiota perchè l'ho sognato tutta la notte che devo finalmente ammettere di avere una nuova ossessione.

Sono fottuta. Tanto per cambiare.


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Miss you. So fucking hard

...e per una volta non sto parlando dei Muse. Ok, non SOLO dei Muse almeno.





European tour 2009... quanti ricordi... vorrei il Tardis per tornare indietro....

(e comunque megalomani fin che vi pare, ma le torri rimangono fottutamente spettacolari)


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You can't rule your heart

Ascoltare il bootleg dei Muse live @Futurshow 2009 andando in direzione Futurshow vuol dire volersi male...





(e mi è chiaro uno dei motivi perchè nessun altro gruppo è come i Muse per me: perchè pur ascoltando una registrazione amatoriale in qualità più che pessima, la voce di Bellamy mi commuove. Ancora e sempre)




...per non parlare della chitarra...




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Ieri se n'è andato un pezzo di storia della musica. RIP Dio

Un tumore allo stomaco si è portato via Ronnie James Dio, una delle più grandi voci del Metal.






Per una strana malattia della mia mente, ora quando penso a lui mi è inevitabile fare l'associazione con i Tenacious D, prima ancora che con i Black Sabbath, quindi devo mettere anche questo video...

*___*

Fino al 20 non dico niente e me ne sto zitta, però inizio a sperare...

Di cosa avrà paura Biancaneve?

Oggi primo giorno al corso. Per essere sicura di arrivare in tempo, ho preso il treno con abbondante anticipo, così avevo circa un'ora da ammazzare prima di entrare. Mi sono fatta mettere una brioche salata in un sacchettino, e sono andata in un parchetto a fare colazione in pace, leggendo.
Il parco brillava sotto il sole delle otto del mattino, così pieno di promesse, o almeno a me fa questo effetto. Tra gli alberi, si aggiravano pochi solitari individui: madri di famiglia uscite presto per andare a fare la spesa, un paio di ragazzi impegnati in una corsetta salutare, qualche studentessa in bici, con la borsa piena di libri e la musica nelle orecchie, un signore portato a spasso pazientemente da un cagnolino bianco e nero.
Mi sono scelta una panchina accanto all'area giochi. Le strutture ludiche chiuse, senza il vociare allegro dei bambini che le animano in altri momenti della giornata, hanno sempre il potere di evocare in me sensazioni particolari, un pò esotiche. Per associazione, mi ritrovo sempre a ricordare la descrizione del luna park fuori stagione ne "Il Talismano", l'Arcadia, proprio vicino all'hotel Alhambra:
"Il 15 settembre 1981, dove acqua e terra si congiungono, sostava un ragazzo di nome Jack Sawyer con le mani nelle tasche dei jeans (...) A sinistra c'era l'Arcadia, un parco dei divertimenti che schiamazzava e sferragliava dal Memorial Day al Labor Day. Adesso era muto e vuoto, un cuore fra due pulsazioni. Contro quel cielo bigio e uniforme, l'armatura dell'otto volante si stagliava con i suoi tralicci che sembravano disegnati a carboncino"



Andando in aula, ho notato in un giardino una statua in gesso di Biancaneve, senza la solita corte di nani.
Biancaneva era in piedi su un ceppo e guardava terrorizzata verso la porta di casa. Di cosa avrà avuto paura? Di un orco, forse?
Ho pensato di andare a salvarla, ma il filo spinato che correva sopra tutta la rete di recinzione mi ha fatto desistere. Spero che l'orco non le abbia fatto del male.




E' morto Jako... Che finalmente abbia pace

Il 26 febbraio avevo scritto un post sul mio Live Space. Eccolo:







Quando ero alle medie ero pazza di Michael Jackson, è stato il primo vero artista per cui sono andata fuori di testa. Il primo album che ho comprato è stato Bad, che ho amato alla follia (così come i precedenti), e quando è uscito Moonwalker al cinema sono andata a vederlo e l'ho guardato due volte e mezza di fila (con quella santa di mia madre, che poi tanto santa non era, visto che avevo attaccato la fissa anche a lei XD ). Avevo imparato tutti i passi del balletto del video di Smooth Criminal e uno dei regali più belli che mi ha fatto il mio padre vero (uno dei pochi regali, in realtà, ma di certo comunque il più bello) è stata una videocassetta su cui aveva registrato vecchi video come Thriller (extended) e anche il film (allora non era facile come ora procurarsi un film da poco uscito al cinema). Ora ho riguardato questo live, e capisco perchè allora lo idolatravo (io e mezzo mondo, non dimentichiamocelo). Un uomo gravemente disturbato mentalmente, ma con un talento allucinante. Genio e follia, allo stato puro. L'unico e il solo. Michael Jackson.

Mai avrei pensato che cinque mesi dopo avrei postato la notizia della sua morte. Si sono sprecate parole in questi giorni, forse troppe, per cui non ci tengo ad aggiungerne altre. Ognuno ha le sue opinioni sulla persona Michael Jackson, e nessuno di noi sa effettivamente chi era in realtà, cosa provava, cosa pensava, come si sentiva. Magari era un mostro, magari era solo una vittima, chi lo sa. Spero che adesso possa trovare un pò di pace. Dov'è adesso forse riuscirà a realizzare quello che credo sia sempre stato il suo sogno più grande: rimanere bambino per sempre. Ma questa, ancora, è solo la mia opinione. Liberi di pensarla come volete, è chiaro.
Comunque, per me un grazie è d'obbligo: grazie Michael, perchè senza la tua musica sarei di certo diventata una persona diversa, credo peggiore. E i messaggi che con essa trasmettevi... bè, erano più che positivi, quindi grazie anche per questo. E grazie per la magia.




Disappear

E' un bel pò che non scrivo qualche riga su questo blog. La causa principale va ricercata, suppongo, nel fatto che questa pagina era nata principalmente per dare libero sfogo alle mie fantasie creative, ma in effetti da diversi mesi a questa parte sono entrata in quella che mi piace definire una fase di Stand-By (o letargo mentale), e quindi o iniziavo a scrivere pure qui varie cose inutili sulle mie giornate, oppure sparivo fino ad una qualche ripresa delle mie attività cerebrali. Ho scelto la seconda, come si è visto.
Ora la fase letargica si sta per concludere, finalmente, e spero a breve di poter tornare a dedicarmi ai miei mondi di carta, ai miei personaggi e alle loro trame, perchè questa vacanza semi-forzata mi sta annoiando a morte.
C'è da dire però che nonostante abbia deciso coscientemente di non pensare alla scrittura, in questo periodo, alcune idee si sono fatte strada comunque nella landa oscura della mia mente, e mi sa pure che non sono niente male. Vedremo, vedremo...
Intanto, lunghi giorni e piacevoli notti a tutti.

Vi racconto una favola...

C’era una volta una bambina. Aveva le guance rosa e la pelle chiara. Aveva soffici boccoli biondi e limpidi occhi azzurri, ma non poteva parlare. Era la bambolina di porcellana della sua mamma.
Un triste giorno di novembre, la mamma morì, e la bambina di porcellana rimase sola con i due fratelli e il papà. Il padre voleva molto bene ai suoi figli, ma sentiva tanto la mancanza della moglie, una donna dolce, bella e generosa come mai se n’erano viste in quelle lande e mai più se ne sarebbero viste di nuovo nei tempi a venire. Il padre cercò allora conforto nella compagnia di altre donne, ma era tutto inutile, nessuna somigliava al suo dolce angelo, quindi finì per accettare solo la consolazione della bottiglia, perché solo nei sogni che essa offriva egli riusciva ad essere felice di nuovo.
Con la mamma in paradiso e il papà nelle locande, la bambina di porcellana aveva solo i fratelli che si curavano di lei. Ma quello che né la mamma né il papà avevano mai saputo, era che i due fratelli detestavano la piccola bambola bambina. Fin da quando era nata, l’avevano torturata con scherzi crudeli, strappandole i bei capelli biondi, pizzicandole la candida pelle, distruggendole i giochi che la mamma le regalava. La piccola indifesa soffriva e piangeva, ma non sapeva ancora scrivere e non aveva la voce, per cui i fratelli sapevano di potersi divertire con lei quanto volevano.
Ora la bella bambolina era il loro gioco preferito, nel silenzio della casa vuota. Nessuno si curava più di loro, o di quanto dolore riuscissero a procurarle. Nessuno accorreva alle urla di una bambina senza voce.
Gli unici momenti in cui la bimba non veniva tormentata, erano durante le brevi visite della giovane donna bruna che portava loro latte, pane e qualche pezzo di formaggio. La donna era stata amica della mamma, e sapeva che la triste famiglia stava attraversando un momento di bisogno. Avrebbe desiderato portare i bambini a casa con sé, ma aveva già una sua famiglia e non poteva provvedere a tutti quanti. La sua casa era molto lontana, serviva molto tempo per attraversare la valle ed arrivare dai tre bambini, ma la donna aveva voluto molto bene alla loro mamma, e cercava di andare ogni volta che poteva, anche se l’inverno avanzava e le strade erano faticose da percorrere.
Una di queste visite stava appunto volgendo al termine, quando la bambola bambina si trovò sola nella sua camera. I suoi fratelli stavano accompagnando la donna bruna fino alla bottega all’inizio del paese. La bimba sentiva tanto male per quello che le avevano fatto i due fratelli, non riusciva a camminare con loro. Avrebbe voluto farlo capire alla donna bruna, che era tanto gentile con lei, ma i suoi fratelli non le lasciavano sole nemmeno per un momento, così mosse le mani per indicare che aveva molto sonno e voleva dormire. La donna l’aveva messa nel lettino e le aveva rimboccato le coperte prima di uscire con i due bambini.
La bimba pianse quando loro uscirono. Le mancava la sua mamma, le mancava il suo papà. Era stanca del dolore. Abbracciò la sua bambola di porcellana, quella che le somigliava tanto, quella che la mamma le aveva portato dalla città qualche giorno prima di andare in Paradiso.
Desiderò di essere una bambola, desiderò di non sentire più nulla.
C’era una volta una bambina che aveva dimenticato il lieto fine delle favole, perché la vita era troppo dura, e per salvarsi nascose la sua anima in una bambola, diventando a sua volta un vuoto involucro color porcellana.
Ma la magia non servì. I fratelli tornarono e la trovarono immobile e delicata come la bambola bionda seduta accanto a lei. Pensarono si stesse prendendo gioco di loro, e cercarono di farla smettere tirandole i capelli e pizzicandola. Quella che era stata la loro sorellina rimase immobile, con gli occhi azzurri fissi su di loro e un lieve sorriso sulle labbra rosa. I fratelli si infuriarono. I pizzicotti divennero più forti, e i capelli iniziarono a venire strappati a ciocche intere. Ma la bambina di porcellana non sembrava sentire il dolore.
Il fratello più grande prese la verga e iniziò a colpirla con quella. Lunghe strisciate di sangue macchiarono la pelle candida della bambina, ma il sorriso rimase intatto sulle sue labbra.
I due fratelli ebbero paura, i suoi occhi sembravano accusarli e il sorriso pareva deriderli. Ma loro erano più grandi, non potevano farsi spaventare dalla bimba. Dovevano solo farla smettere di sorridere. Dovevano coprirle gli occhi. I fratelli presero la coperta dal lettino e la schiacciarono sul viso dai tratti delicati. Premettero e non smisero che dopo molto tempo. Non si accorsero che il piccolo petto della bambina aveva ormai cessato di alzarsi ed abbassarsi.
Quando ormai le braccia furono stanche di schiacciare la coperta sul viso della sorellina, sollevarono la coltre.
Urlarono quando videro cosa avevano fatto. La bambina non era più color porcellana. Era grigia come una bambola dimenticata in soffitta per cento anni. Profonde crepe le percorrevano le guance non più rosee, e le labbra erano spaccate in più punti. Una palpebra era abbassata, ma l’altro occhio era spalancato, il limpido azzurro sbiadito in un bianco giallastro e malato.
Il più giovane scoppiò in un pianto impazzito, mentre il maggiore non riusciva ad allontanarsi da quel corpo immobile.
Non videro la bambola muovere gli sferici occhi azzurri su di loro. Non la videro aprire piano le labbra, in un ghigno di denti aguzzi e famelici. Non badarono alle piccole mani di porcellana, che si sollevarono mentre le unghiette si allungavano fino a divenire lunghi artigli arcuati.
Solo quando la bambola rise, si accorsero di lei.
Quello che avvenne dopo non è dato saperlo, ma dei due fratelli nessuno ebbe più notizie. Quando la donna bruna tornò nella casa della sua amica del cuore, trovò la bambina morta nel suo lettino, ancora con le coperte rimboccate come le aveva lasciate nella sua ultima visita. Era così serena e in pace da sembrare una bambolina di porcellana, raccontò la donna alla sua famiglia quando tornò nella sua valle. E aggiunse che si era commossa quando aveva visto che la bimba teneva accanto a sé tre bambole con le fattezze dei due fratelli maggiori e di sé stessa. Dovevano essere molto legati, disse la donna bruna asciugandosi una lacrima, prima di tornare ad occuparsi della cena.

Nullafacenza


Oggi mi sono svegliata presto (bè, presto per me... erano le 10 più o meno). Volevo approfittare della giornata a disposizione per scrivere un pò, prima di andare al lavoro stasera. Nei giorni scorsi non ci sono riuscita perchè avevo sempre da fare, ma ieri sera mi è venuta un'idea molto molto buona per completare "Non per caso", così volevo fare la brava oggi e scrivere scrivere scrivere... peccato che poi ho avuto la pessima idea di accendere la tv, e un telefilm tira l'altro... Che palle... Credo sia anche colpa del caldo, non riesco a trovare la concentrazione giusta. Ho tre cose in ballo, più diverse idee per altre storie. Eppure non riesco a scrivere neanche una riga.

Mi sa che adesso la pianto di fissare lo schermo e me ne vado a pranzo fuori.

Domenica

Oggi ho deciso di postare il primo racconto "racconto" che ho scritto nella mia vita. In realtà, avevo scritto altri raccontini prima di questo, un paio alle elementari e almeno uno alle medie, però non riesco a considerarli con serietà.
Questo racconto, che è stato scritto per un compito in classe di italiano quando ero in seconda superiore (tema libero: scrivete un racconto. Mi è sembrato una cosa meravigliosa, quando ci è stato assegnato. Me lo ricordo ancora come se fosse accaduto l'altro ieri, invece che quasi diciassette anni fa), è il mio primo vero racconto con atmosfere horror. E' assurdo, scritto male, incoerente, semplicistico come può essere un lavoro fatto da una quindicenne senza alcuna nozione di scrittura creativa, ma devo dire che nonostante tutto ha un alone onirico che conserva un certo fascino ancora adesso. E poi non posso non amarlo, è come un figlio per me, gli vorrò sempre bene. Con questo lavoro ho poi partecipato ad un concorso di prosa e poesia, che veniva fatto annualmente nel mio istituto, ed è arrivato primo nella prosa, per cui è stato incluso in una micro raccolta e sono finita sul Resto del Carlino con una bella foto della mia espressione estasiata. Insomma, ho avuto il mio primo (e penultimo) momento di gloria come scrittrice.
Ma ora basta, bando alle ciance. Eccolo qui.


DOMENICA
“Allora noi usciamo, Michelle. Mi raccomando, fate i bravi.”
“Certo, papà!” Gli sorrisi, grata per la dimostrazione di fiducia nei miei confronti. Rispose al mio sorriso, anche se con un’ombra di preoccupazione nello sguardo.
“E’ la prima volta che ci strappi il consenso di far venire i tuoi amici a mangiare qui a casa, mentre noi non ci siamo. Come tu ci sia riuscita non l’ho ancora capito, ma fai in modo che non ce ne dobbiamo pentire, ok?”
“Certo, papà!”, ripetei con un sorriso ingenuo stampato sul volto.
“Bene, spero che tu abbia ascoltato almeno una parola di quello che ti ho detto. Ci vediamo stasera.”
Probabilmente sarebbe rimasto molto volentieri ancora qualche momento, in modo da spiegarmi più dettagliatamente cosa volesse dire rimanere a casa da soli, con degli amici, per una giornata intera, ma la mamma, dal basso, stava suonando il clacson da circa cinque minuti, e c’era il rischio che qualche vicino, disturbato nella pace della domenica mattina, le tirasse dietro i soprammobili.
Gli lanciai un saluto mentre lui già correva giù per le scale, urlando “sto arrivando” alla mamma, che però continuava a suonare il clacson come se niente fosse.
Qualche secondo dopo, una violenta sgommata mi indicò che erano partiti.
Finalmente ero sola.
Mi precipitai in camera ed accesi lo stereo a volume massimo. Davano della musica bellissima, piena di ritmo.
Andai in sala da pranzo movendomi a tempo e cominciai a preparare la tavola, in modo da avere poi tutto il tempo per prepararmi.
Il pranzo si prospettava delizioso: spaghetti con le vongole, pollo arrosto con patate al forno, frutta mista e, per finire in bellezza, torta fatta in casa, degna dei migliori ristoranti. Ci avevo lavorato ore il giorno prima, in modo che fosse tutto perfetto. Mi sentivo una provetta padrona di casa.
Finiti i preparativi, avevo molto tempo ancora a disposizione, quindi mi immersi in un bel bagno bollente e profumato, dove mi rilassai per un’ora circa.
Infine, dopo essermi asciugata e vestita, uscii sulla terrazza: i miei amici sarebbero arrivati a momenti.
Chiusi gli occhi per un attimo ed inspirai una profonda boccata d’aria.
Una brusca frenata mi fece sussultare. Aprii gli occhi: erano arrivate due moto che trasportavano un ragazzo ed una ragazza ciascuna. I miei ospiti.
Parcheggiarono le moto in garage e poi, con la stessa delicatezza di quattro cuccioli di elefante, corsero su per le scale.
La prima a comparirmi davanti fu Alessandra, seguita da Luca, Simona e Nicola. Anche loro, come me, erano studenti, ragazzi normalissimi con i classici problemi dell’adolescenza.
Nei loro occhi, come nei miei, ancora si leggeva solo allegria e spensieratezza.
Dopo aver fatto gli onori di casa, portai in tavola gli spaghetti, mentre i ragazzi prendevano posto.
Il pranzo passò velocemente, tra pettegolezzi e risate: tutto era perfetto, proprio come lo avevo immaginato.
Il programma per il pomeriggio era di guardare un film mangiando popcorn. Lo facevamo spesso. Niente finora faceva presupporre ciò che sarebbe accaduto.
Notai quell’uomo mentre riponevo i piatti sporchi nel lavello.
Buttai un’occhiata fuori dalla finestra e lo vidi: era un uomo alto e magro, con capelli castani e ricci. Non ricordo come fosse vestito.
Si trovava nel cortile e voltava le spalle alla casa, fissando un punto oltre il campo incolto che si estendeva dietro casa mia. Non si muoveva. Quando lo vidi, un brivido mi percorse la schiena. Non sapevo perché, ma lo temevo.
In quel momento, squillò il telefono e io corsi a rispondere: mia madre. Le dissi subito cosa avevo visto.
“Un uomo?” fu la sua risposta “Gli hai chiesto cosa vuole?”
“No mamma… mi fa paura!”
“Va bene, ascolta: tu e i tuoi amici state in casa e non aprite a nessuno. Noi veniamo subito, stai tranquilla.”
“Grazie mamma. Ti voglio bene”
“Anch’io te ne voglio, tesoro!”
Dopo aver chiuso la telefonata, per un po’ cercai di dare retta al consiglio di mia madre. Non dissi niente agli altri. Poi, però, la curiosità ebbe la meglio. Andai alla finestra della cucina e bussai più volte.
Dapprima, l’uomo non si mosse, come se non potesse sentirmi. Improvvisamente, si voltò e mi guardò.
Aveva una faccia lunga e scura ed uno sproporzionato naso bianco.
Ma la cosa peggiore erano gli occhi. Non riuscivo a capire come fossero fatti, sembravano in un continuo turbinio. Provai un senso di orrore e fuggii.
Tornai in sala da pranzo con gli altri e, terrorizzata, raccontai ciò che avevo visto.
I ragazzi mi dissero che sicuramente non c’era niente di cui aver paura, di certo avevo preso un abbaglio, probabilmente si trattava semplicemente di un contadino, ma le ragazze invece si spaventarono dopo aver ascoltato il mio racconto.
Dopo venti minuti circa, decisi di tornare in cucina per vedere se era ancora lì. C’era.
Stavolta però non feci nulla, i miei genitori sarebbero arrivati a breve.
Lui era ancora immobile e guardava il campo. In quel momento, arrivarono i miei genitori.
Scesero dalla macchina e si avvicinarono all’uomo, che si voltò lentamente verso di loro.
Corsi verso la porta d’entrata, volevo raggiungerli.
Mentre stavo aprendo la porta, un urlo acuto di paura risuonò nell’aria. Mi bloccai sull’uscio con il sangue gelato nelle vene.
Guardai i miei amici. Mi stavano fissando terrorizzati.
Con il cuore in gola, attesi altri rumori, un altro urlo… qualcosa, insomma, ma niente. Intorno a me regnava il silenzio totale.
Mi decisi ad andare a vedere cosa fosse successo, ma non riuscivo a muovermi. I miei amici restavano seduti e mi fissavano. Sembravano statue di cera.
Finalmente mi convinsi ed andai alla finestra della cucina.
Guardai fuori e urlai. Urlai a lungo di dolore e disperazione.
L’uomo con i capelli ricci era là, nel cortile, in piedi, ed aveva le mani sporche di sangue… ma non solo le mani: ovunque era stato spruzzato con il sangue. Aveva un lungo coltello nella mano sinistra.
Ai suoi piedi c’erano i corpi dei miei genitori. Le teste, però, erano saltate a qualche metro di distanza.
Il volto di mia madre si vedeva molto bene: era ancora contratto in una espressione di folle paura. Forse fu uccisa per ultima.
Quando urlai, l’uomo si voltò verso di me e mi sorrise. A quel punto, capii che per me era finita: ora sarebbe stato il mio turno.
Per un attimo solamente, la vista mi si annebbiò e mi sentii sprofondare in uno stato di semi incoscienza. Dovetti reggermi alla maniglia del frigorifero per non finire a terra.
Il cervello sembrava dovesse scoppiarmi da un momento all’altro, tutti gli arti mi si erano irrigiditi… credevo di impazzire, ma tutto tornò alla normalità d’un colpo quando mi accorsi che lui aveva cominciato a camminare. Non potevo, non dovevo lasciarmi andare. Non pensai più ai miei genitori, ma a me ed ai miei amici.
Se avessi ceduto, per noi sarebbe stata la fine. Senza esitare, corsi in sala da pranzo.
Simona ed Alessandra stavano piangendo per la paura, Luca e Nicola le stringevano fra le braccia senza capire cosa stesse succedendo, pallidi e tesi.
Non ero per niente sicura che potessero resistere, se avessero saputo quello che era accaduto, ma non potevo fare altro che dirglielo, non avevo altra scelta.
“Li ha… uccisi… ha ucciso i miei genitori e adesso sta venendo qui!”
Vidi le facce dei quattro contrarsi. Parlai di nuovo prima che avessero il tempo di realizzare fino in fondo ciò che avevo detto.
“Non possiamo farci prendere dal panico, non possiamo permettercelo… sta venendo a prendere anche noi e dobbiamo difenderci”
Rimasi stupita di quello che successe: le ragazze smisero di piangere e, in silenzio, vennero da me, seguite dai ragazzi.
Con voci tremanti e stridule, mi chiesero cosa potevamo fare.
“Dobbiamo usare le uniche armi che abbiamo a disposizione: i coltelli”
Lanciai un’occhiata alla porta d’ingresso e mi ricordai improvvisamente che c’erano le chiavi sulla toppa. Per quell’assassino sarebbe stato come un’invito a pranzo entrare in casa.
Dissi agli altri di cercare in cucina i coltelli più grandi di cui disponevo, mentre io avrei staccato le chiavi.
Aprii la porta e mi venne voglia di piangere. Qualche tempo prima, mio padre aveva avuto la bella idea, a suo parere, di studiare una chiusura di sicurezza per la porta. Questa consisteva in un pezzo di ferro che fuoriusciva dal legno della porta, passava attraverso il portachiavi e si avvitava ad un altro che si piantava dalla parte opposta.
Mio padre sosteneva che in questo modo i ladri avrebbero avuto difficoltà a rubare le chiavi che venivano dimenticate sulle porte. Era infatti un po’ di tempo che, nella nostra zona, i ladri prendevano le chiavi che rimanevano sulle toppe per poi rapinare da cima a fondo le case non appena lasciate incustodite. L’idea di mio padre forse era anche buona, ma il sistema applicato lasciava di certo a desiderare. Non glielo dissi mai, ma a mio parere quel “coso” non serviva proprio a nulla.
Tutto sommato, comunque, io non ero mai riuscita a sciogliere l’intreccio dei due pezzi di ferro, e prendere dunque le chiavi.
Fu per questo motivo che mi vennero le lacrime agli occhi. Se non c’ero mai riuscita prima, ero dunque spacciata?
Decisi di contare sulla forza della disperazione. Tentati di sollevare la mano destra e disfare l’intreccio, ma non voleva rispondere ai miei comandi. Semplicemente, non riuscivo a muoverla e mi faceva malissimo. Reumatismi, diceva mia madre, ma quello non mi sembrava proprio il momento più opportuno per un attacco reumatico.
Provai ad agire sulla serratura con la mano sinistra, con scarsi risultati.
Sentii un miagolio e mi voltai: fuori dalla porta a vetri c’era il mio gatto nero che voleva entrare. Stavo per aprirgli, quando sentii dei passi sulla ghiaia, sotto la scala: stava arrivando.
In preda al panico, iniziai a prendere a calci il portachiavi. Quando udii il primo passo per la scala, riuscii a romperlo. Le chiadi caddero a terra rumorosamente.
Le calciai dentro casa e chiusi la porta sbattendola.
Rimasi un momento in ascolto, ma non udii altri passi sulla scala.
“Abbiamo trovato solo questi quattro” disse una voce roca alle mie spalle, facendomi sussultare. Mi voltai di scatto. Era Alessandra, pallida e con il viso rigato di lacrime, che reggeva in mano quattro aguzzi coltelloni da carne.
Con mani tremanti, ne presi uno per me, uno lo lasciai a lei, e gli altri li passai a Simona e Nicola.
“E io… cosa faccio?”
Luca era davanti a me, disarmato, e mi guardava con occhi impauriti e vuoti.
Sulle prime non seppi cosa dirgli, poi mi venne un’idea e corsi in bagno.
Un momento dopo tornai da lui “Tieni” dissi, e gli porsi un paio di affilatissime forbici da barbiere.
“Mi dispiace, io… Sono stata io a coinvolgervi in tutto questo, e adesso non so fare altro che darti delle forbici…”
Gli porsi il mio coltello, ma Luca scosse la testa dicendo “Penso che a te servirà di più. Credo sia solo tu quella che Lui vuole, adesso…”
“Ma perché…” iniziai, quando all’improvviso i passi sulla scala ricominciarono, più veloci, e ci zittimmo tutti.
Ci nascondemmo a fianco della finestra della sala da pranzo, che dava sulla scala.
Sentii dentro di me che l’uomo era oltre quella finestra, e guardava dentro. Ne ero certa, e anche gli altri lo sapevano.
Non respiravamo.
Pensai al mio gatto, che era ancora là fuori, ed ai miei genitori…
Chiusi gli occhi per un momento e strinsi forte l’impugnatura verde del mio coltello.
Quando riaprii gli occhi, non capivo dove mi trovavo. Poi riuscii a realizzare: ero in camera mia, nel mio letto, in un bagno di sudore.
Era stato tutto solo un brutto incubo!
Ma come era possibile? Era tutto così realistico… ne fui comunque sollevata e felice.
Mi alzai, e stavo andando a fare colazione, quando guardai sul mio comodino. C’era un grosso coltello sporco di sangue, con l’impugnatura di colore verde.
Svenni.

Ragazzi perduti

The last fire will rise
Behind those eyes
Black house will rock
Blind boys don't lie

Immortal fear
That voice so clear
Through broken walls
That scream "I hear"

Cry little sister
(Thou shall not fall)
Come, Come to your brother
(Thou shall not die)
Unchain me sister
(Thou shall not fear)
Love is with your brother
(Thou shall not kill)

The masquerade
Strangers will come
When will they learn
This loneliness

Temptation heat
Beats like a drum
Deep in your veins
I will not lie to

little sister
(Thou shall not fall)
Come, come to your brother
(Thou shall not die)
Unchain me sister
(Thou shall not fear)
Love is with your brother
(Thou shall not kill)

My Shangri-La
I can't forget
Why you were mine
I need you now

Cry little sister
(Thou shall not fall)
Come, Come to your brother
(Thou shall not die)
Unchain me sister
(Thou shall not fear)
Love is with your brother
(Thou shall not kill)


Gli Aiden hanno rifatto Cry Little Sister, la colonna sonora di Lost Boys (in Italia uscito con il titolo "Ragazzi perduti"), mitico film horror da adolescenti (oddio, horror è una parola grossa), perchè sta per uscire il remake.
Guarderò di certo la nuova versione, e sono certa che piazzeranno effetti speciali spaventosissimi a destra e a manca, però il film originale rimarrà per sempre nel mio cuore, l'ho amato tantissimo e ha segnato la mia gioventù, non c'era inverno in cui non lo rifacessero su Italia 1, lo so praticamente a memoria. Casualmente, mi è capitato di rivederlo su Sky qualche mese fa.
Rendo omaggio a questo film e al suo splendido tema musicale (devo dire che la versione degli Aiden, oltre a farmi felice visto che una delle mie band preferite è ora associata a un film a cui ho voluto e voglio tanto bene) mettendo la cover qui come sottofondo del blog (tra l'altro, ci sta benissimo). Non dovesse funzionare il player (va a momenti),
qui la potete ascoltare.




(qui si può invece apprezzare la versione originale di Gerard McMann)

La notte può essere molto lunga

Hold on, Hold on tonight love
We'll sleep forever
Hold on, hold on tonight love
We'll sleep forever
Hold on, hold on tonight love
Close you eyes
Hey, call the angels. This razor blade was meant for me
Hey, call the angels. We'll mutilate insanity

Ritagli di tempo


Un caffè, il tavolino di un bar, qualche decina di minuti liberi prima del lavoro, un pò di tranquillità. Basta davvero poco per prendere in mano carta e penna e buttare giù qualche riga.

In teoria.

In pratica, di solito il bar in questione è zeppo di bambini urlanti, manager rampanti che ciarlano al cellulare, crocchi di impiegate che spettegolano sulla minigonna della nuova arrivata. Il caffè bisogna berselo appoggiati al bancone del bar, e se per miracolo si trova invece un tavolino libero, di sicuro ormai l'ispirazione se n'è andata a farsi un giro. Ma tanto il problema non si pone, perchè il tempo scarseggia e bisogna già correre al lavoro.

Stamattina invece non è andata così. Stamattina sono arrivata al bar con mezzora di anticipo rispetto all'inizio del turno. Era tardi per cui non c'erano altri avventori. Ho avuto immediatamente il mio caffè americano bollente, mi sono accomodata al tavolino vicino alla finestra, e nel giro di un paio di minuti avevo già trovato l'ispirazione necessaria per riprendere in mano il racconto che ormai giaceva dimenticato da più di due settimane nella mia borsa.

Certo, in mezzora non ho scritto granchè, è naturale. Però mi sono sbloccata, e questo è il punto chiave. Ora trascriverò sul pc quanto prodotto, e così se tutto va bene entro stasera un paio di pagine spero di averle buttate giù. Da qualcosa bisogna pur cominciare...

Appunti di un sogno

Stanotte ho avuto un barlume di coscienza e, riemergendo all'improvviso dal sonno in cui ero sprofondata, mi sono resa conto che stavo sognando di scrivere un romanzo. Ho cercato di riaddormentarmi al più presto, per tentare di rientrare nel sogno e non perdere il filo della trama.

Purtroppo, questa mattina il risveglio è stato troppo rapido e brutale, e il sogno ed il suo contenuto è evaporato non appena ho acceso la luce sul comodino e mi sono trascinata in bagno per gli abituali preparativi. La trama è perduta. Magari si sarebbe rivelata inutilizzabile, come spesso mi accade, però chissà, magari invece poteva contenere degli spunti interessanti... pazienza, posso solo sperare che alcuni dettagli siano rimasti imprigionati nel mio subconscio, e che riescano comunque a trovare la strada per essere messi su carta, prima o poi.


Per rimanere in tema, un paio di giorni fa stavo tornando a casa dal lavoro e, per ragioni che ora non sto qui ad approfondire, ho deciso di fare un tragitto differente da quello abituale.

La strada che ho scelto, mi ha condotto lungo un tortuoso percorso di campagna. Mentre attraversavo un paese sperduto in mezzo al nulla, mi è tornato alla mente all'improvviso un sogno che mi è capitato di fare diversi anni fa. Credo di averlo sognato due o tre volte in tutto, ma mi è rimasto impresso, soprattutto per la sensazione strana che mi aveva trasmesso. Nonostante si trattasse di un sogno apparentemnte tranquillo, addirittura un pò noioso (un piccolo paese di campagna, costeggiato dall'argine di un fiume, con tante vecchie case, una piazza, una chiesetta, pochi abitanti), l'atmosfera di angoscia e oppressione che lo permeava me lo ha sempre fatto classificare come incubo. Eppure, in un certo senso, era un incubo che facevo volentieri. Era un posto in cui tornavo con piacere, per così dire.

Attraversando questo paese della campagna a sud di Bologna, l'incubo mi si è ripresentato nitido davanti agli occhi, e così ho iniziato a pensare ad una trama da utilizzare per il concorso a tema "Sogno", che scade in luglio. L'idea, che non approfondirò qui almeno fino a quando non sarà meglio defiita, è un pò simile a quella di un Dylan Dog che ho letto un paio di mesi fa, ma la somiglianza è assolutamente involontaria e casuale, in quanto si tratta poi alla fine di due concetti sostanzialmente diversi. D'altronde, credo che non ci sia trama horror che non sia già stata in un qualche modo sviluppata nei fumetti Bonelli.

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