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Dick & Jane - secondo pezzo

Nel post precedente il primo pezzetto. Oltre a questo ne ho anche un'altro, lo posterò stasera magari :)


Dick strizzò gli occhi. Non voglio pensare a quello adesso. Non voglio, non ce la faccio. Ti prego, lasciami in pace.
Ma era come sperare di trattenere un fiume in piena con una diga di rami essiccati. Una volta che l’acqua trova una fessura, in pochi istanti arriva a travolgerti.
Per la milionesima volta (o forse miliardesima, contando gli incubi che ancora lo perseguitavano quasi ogni notte), si trovò costretto ad assistere alla proiezione mentale del suo piccolo film dell’orrore personale.
Rivide il lettino intriso di sangue, risentì le sue urla mentre si aggirava come un folle di stanza in stanza alla ricerca dei suoi figli e di sua moglie, certo che, mentre lui era al lavoro, qualcuno fosse penetrato in casa e avesse fatto loro del male (oh, che meravigliosa illusione!).
Rivide se stesso entrare finalmente in cucina, e arrestarsi mentre il suo cervello tentava di dare un senso alla scena che gli si mostrava.
Come se fosse accaduto solo il giorno prima, invece che a distanza di anni, vide Nellie nel suo passeggino. Dormiva tranquillamente, il piccolo petto che si abbassava e alzava ritmicamente. Forse era stato proprio questo a far sì che Jane decidesse di lasciarla un momento da parte.
Tom, il suo gemello, non era stato così fortunato. Tom raramente dormiva sereno. Più spesso che no, li deliziava con i suoi urli spaccatimpani, notte e giorno indifferentemente.
Nel momento in cui Dick era entrato in cucina, Tom si trovava disteso sul piano in marmo, lo stesso su cui Jane aveva preparato tutti i loro pasti negli anni passati insieme. Sembrava pronto per il bagnetto, con i vestiti accuratamente ripiegati su un lato del piano di lavoro.
Ma c’era qualcosa che non andava in lui. Tom aveva uno strano colore, ed era così innaturalmente immobile da sembrare un bambolotto.
Dick ci mise un po’ a registrare lo squarcio che aveva nel collo per quello che era. Era talmente profondo che se qualcuno lo avesse preso in braccio, di certo la testa gli sarebbe ricaduta all’indietro, come il cappuccio di una felpa.
Jane era in piedi accanto al piano di lavoro, e quando Dick entrò nella stanza lo guardò e gli sorrise, radiosa come non era abituato a vederla da molto, troppo tempo.
La sua bocca era macchiata di rosso. A Dick ricordò la donna di una orrenda pubblicità di un sugo pronto.
“Devono tornare dentro la loro mamma. Sono i miei bambini” disse Jane, senza smettere di sorridere.
Poi si chinò su Tom, per riprendere da dove si era interrotta.
Dick sentì di nuovo nelle orecchie il rumore dei denti che laceravano la carne (niente più filetti al sangue da quel giorno per il signor Dick Clarkson, no davvero, grazie), e decise di averne avuto abbastanza.
Staccò la spina, spense il cervello.
Camminò come un automa fino all’armadietto del mobile bar, nell’angolo della stessa cucina dove sua moglie aveva interpretato la sua versione del Conte Ugolino, e si versò una dose abbondante di Vodka.
Diede un’occhiata all’orologio a muro. Le due e un quarto. Nellie sarebbe rimasta al compleanno della sua amichetta Angela per tutto il pomeriggio. L’avrebbero riaccompagnata a casa intorno alle sei. Dick valutò il contenuto della bottiglia. Era piena per tre quarti.
Basterà per riarginare la diga, perlomeno per oggi pensò, vuotando il bicchiere e riempiendolo di nuovo.
Avrebbe dovuto lavorare, nello studio al piano di sopra lo aspettavano tonnellate di incartamenti da vagliare, ma al momento il binomio alcool e TV gli sembrava l’unico degno di considerazione.
Al diavolo il lavoro, non mi licenzieranno di certo per qualche ora di libertà.
Prese bicchiere e bottiglia e si trasferì in soggiorno. Valutò se portare con sé anche qualcosa da sgranocchiare, ma scartò immediatamente l’idea. Perché mai avrebbe dovuto? A stomaco vuoto si sarebbe ubriacato molto più in fretta.
Si lasciò cadere sulla sua poltrona, e accese il televisore.
Alla quarta vodka, le immagini che si rincorrevano nella sua mente iniziarono a farsi lattiginose, come se le stesse vedendo attraverso una densa coltre di nebbia.
Il mal di testa si era fatto più pressante, le vene delle tempie pulsavano dolorosamente, ma per esperienza Dick sapeva che con un altro paio di bicchieri avrebbero rimandato tutti questi fastidiosi dolori all’indomani, quando, tornato sobrio e in sé, senza inopportuni ricordi dell’ultimo pasto che sua moglie aveva consumato in quella casa.
Cambiò canale tre o quattro volte, finchè finì col sintonizzarsi su un programma di gossip.
Quando doveva staccare il cervello, niente era più efficace della cronaca degli ultimi amori con annesse scappatelle della stellina di turno.
Anche se gli importava dell’impero di JLo quanto di una scorreggia di Ralphie, il criceto di Nellie, concentrò comunque tutta l’attenzione che riusciva a mettere insieme sul servizio, facendosi rapire dalla voce narrante che spiegava come la celebre cantante, partendo dal nulla, avesse poco alla volta messo in piedi una rete di prodotti che comprendevano, tra le altre cose, una linea di abbigliamento, cosmetici e il suo famoso profumo.
Il profumo.
Era stato il ricordo del profumo di Jane a fargli crollare addosso quella valanga di ricordi.
Perché diavolo mi è venuto in mente il profumo di Jane? si chiese, sorseggiando la vodka e guardando Jennifer Lopez mostrare le sue numerose pellicce e le sue ciglia di vero pelo di volpe.
Non ci pensavo da mesi, come minimo.
Inspirò con il naso, e lo sentì.
Verity75. Era tutto intorno a lui. Era reale, non era un ricordo.
Entrando in casa, il suo inconscio aveva registrato e ricordato quello che alla sua mente cosciente era sfuggito.
Ma quello che nell’ingresso era una traccia quasi impercepibile, nel soggiorno ora era netto e deciso.
JANE! urlò il cervello di Dick.
Scattò in piedi e si girò.
E lei era lì, in piedi alle spalle della poltrona dove lui si stava ubriacando ignaro.
Era più magra di quando l’aveva vista l’ultima volta, molto di più. La sua pelle aveva assunto la tonalità opaca e spenta di chi non vede la luce del giorno da molto, molto tempo. I capelli, una volta biondi e frizzanti come quelli di Grace Kelly, ora ricadevano giallastri e flosci lungo le sue braccia ossute. Nemmeno gli occhi erano più quelli della Jane di cui si era innamorato. C’erano creature urlanti dietro le iridi della donna che aveva di fronte, Dick poteva quasi vederle contorcersi in preda al tormento. Ma era lei, ed era lì.
“Jane” disse Dick, e non seppe come proseguire.
Come era fuggita dall’ospedale? Diamine, quel posto era fortificato peggio di Guantanamo, aveva persino le guardie armate all’ingresso. E come diavolo era riuscita ad entrare in casa?
“Jane… perché sei qui?” chiese alla fine. Aveva bisogno di tempo, doveva riordinare le idee.
Aveva passato anni a temere il ritorno della moglie, e ora che era davvero accaduto non sapeva che fare.
“Questa è casa mia” rispose lei, semplicemente come si trattasse di un’ovvietà.
La sua voce era lievemente acuta, ma a parte il profumo era forse la cosa che in lei era cambiata meno.
“La tua casa adesso è all’ospedale, lo sai Jane” disse Dick. Parlava lentamente, non sapeva con esattezza quanto sua moglie fosse in grado di capire i concetti che lui le esprimeva, per quanto elementari. Non aveva idea di come funzionasse la mente di Jane, aveva rinunciato a capirlo molto tempo prima, e aveva sperato di non aver più bisogno di farlo.
E invece nella vita non si può mai dire, vecchio mio. Le belle sorprese sono sempre dietro l’angolo.
“Voglio vedere la mia bambina” disse Jane.
Non si era mossa, non aveva spostato nemmeno un’unghia da quando Dick si era accorto di lei. Era impalata dietro la poltrona, le braccia abbandonate lungo i fianchi e i pugni stretti. Non sembrava capire appieno quello che la circondava. A dirla tutta, non sembrava trovarsi sullo stesso piano di realtà di Dick.
“Nellie non è qui” rispose Dick, e inviò un muto ringraziamento a Dio, che aveva fatto sì che Jane scegliesse proprio quel giorno per la sua improvvisata.
“Voglio vedere la mia bambina” ripetè Jane, come un disco rotto.
Dick sospirò “Jane… non è qui. Nellie non è in casa oggi, non puoi vederla”
Devo chiamare l’ospedale. Forse la stanno già cercando. Il numero credo che sia nella rubrica sulla scrivania. Posso lasciarla qui da sola mentre salgo a prenderlo?
“Nellie” ripetè Jane, e due lacrime le scivolano lungo le guance.
“Jane, non fare così. Adesso chiamiamo l’ospedale così verranno a prenderti e ti riporteranno nella tua stanza, dove potrai riposare. Devi riposare, Jane. Domani io e Nellie verremo a trovarti, te lo prometto”
Una promessa fatta ad una pazza infanticida non conta, giusto?

Dick & Jane

Posto l'inizio di un racconto tutt'ora incompiuto che mi aveva preso benissimo sul subito (l'ho scritto mentre ero al lavoro, lo scorso anno) e che poi, come spesso mi capita, ho abbandonato al suo destino in attesa di "tornarci dentro". Al momento è senza titolo, ma dato che i nomi dei protagonisti sono Dick & Jane, io lo chiamo "Dick & Jane operazione furto", come il film con Jim Carrey (non ha attinenza con la trama, sono io che non sto bene di testa...)


Verity75 pensa, mentre richiude la porta alle sue spalle.
L’immagine che gli esplode nella mente è così reale che gli sembra quasi di riviverla.
D’improvviso, non è più nell’ingresso della sua villetta Cape Cod. Un uomo più verso i quaranta che i trenta, la stempiatura in costante progressione e un addome mal celato dalla camicia misto seta.
D’improvviso, ha di nuovo vent’anni. I muscoli guizzano sotto la maglietta sudata, affaticati dalla partita ma frementi e pronti per quello che li attende.
Davanti a lui, il suo premio.
Jane. Nuda e invitante, distesa sopra la malconcia coperta che per fortuna non manca mai di tenere nel baule della sua macchina. Jane, terribilmente sensuale con quegli occhi grandi e imbarazzati.
Lo aveva avvicinato prima del suo ingresso in campo, e gli aveva sussurrato all’orecchio “Sarò il tuo trofeo”, per poi lasciarlo lì come un baccalà mentre lei correva a raggiungere le sue compagne.
Al momento del fischio d’inizio, aveva dimenticato Jane e la sua promessa per buttarsi anima e corpo nel gioco (era la finale di campionato, che diamine!), ma alla fine dei festeggiamenti se l’era ritrovata al fianco, lucida di sudore nella sua divisa rossa da cheerleader, e si era lasciato prendere per mano e condurre lontano da tutti.
Non c’era stato il tempo per doccia o altro. Erano partiti senza parlare, e si erano fermati solo quando si erano sentiti sicuri di essere a distanza di sicurezza da ogni traccia di civiltà.
Il bosco era buio e silenzioso, non del tutto rassicurante ma forse anche per questo perfetto.
Erano scesi e, mentre lui era occupato a sistemare alla meglio la coperta, Jane si era mossa silenziosa alle sue spalle.
“Chiudi gli occhi” gli aveva detto, e un soffio di alito caldo gli aveva solleticato la base del collo.
Lui aveva obbedito, e quando pochi secondi più tardi al suo comando li aveva riaperti, lei era lì, distesa, nuda e bellissima come una ninfa dei boschi.
Quando si era abbassato su di lei, un profumo dolce e saporito lo aveva avvolto. In quel momento, gli era sembrato l’aroma più eccitante che avesse mai odorato.
“Era Verity75” sussurra ora Dick all’ingresso vuoto, e con un pollice si preme un punto preciso in mezzo agli occhi. Il mal di testa è imminente. E’ sempre dietro l’angolo quando inizia a pensare a Jane.
Nell’ultimo anno le cose sono andate un po’ meglio, e in fondo un mal di testa di tanto in tanto è un prezzo accettabile nel lungo percorso della sua liberazione.
“Dopo tanti anni, quel profumo è l’unica cosa in lei che non è cambiata” pensa, appendendo il cappotto insieme agli altri nell’armadio accanto alla porta.
Anche l’ultima volta che l’aveva vista (pessima idea, andare a farle visita, ma nonostante tutto i sensi di colpa ogni tanto lo spingevano a questi atti suicidi) aveva percepito con chiarezza l’odore di Verity75 su di lei.
Se lo metterà fino alla tomba. Speriamo non manchi molto, pensò Dick, e stavolta nessun rimorso si presentò a rompergli le scatole.
D’altronde, perché provare rimorso per qualcuno che aveva preso la tua vita e l’aveva sbattuta in un tritacarne fino a ridurla ad un ammasso di brandelli sanguinolenti, una cosa orrenda da cui fuggire urlando?
Eppure, quando guardava il visetto di sua figlia, non poteva non domandarsi se qualcosa poteva essere fatta prima. Prima di che cosa esattamente non lo sapeva, però ci doveva essere stato un momento in cui sua moglie, quella ragazza sexy e imprevedibile che si era sdraiata nuda su una coperta lisa, era diventata il folle mostro che passava le sue giornate in una stanza delle pareti imbottite.
Forse l’aborto… suggerì una vocetta dentro di lui. Era la voce di sua madre, la parte della sua coscienza che riteneva che lui non si fosse rivelato solo un pessimo marito. No, si era dimostrato proprio un uomo inutile, nemmeno in grado di capire che sua moglie aveva bisogno di aiuto. Forse, se lui fosse stato un marito più presente, lei non sarebbe arrivata a fare quello che aveva fatto.

Vi racconto una favola...

C’era una volta una bambina. Aveva le guance rosa e la pelle chiara. Aveva soffici boccoli biondi e limpidi occhi azzurri, ma non poteva parlare. Era la bambolina di porcellana della sua mamma.
Un triste giorno di novembre, la mamma morì, e la bambina di porcellana rimase sola con i due fratelli e il papà. Il padre voleva molto bene ai suoi figli, ma sentiva tanto la mancanza della moglie, una donna dolce, bella e generosa come mai se n’erano viste in quelle lande e mai più se ne sarebbero viste di nuovo nei tempi a venire. Il padre cercò allora conforto nella compagnia di altre donne, ma era tutto inutile, nessuna somigliava al suo dolce angelo, quindi finì per accettare solo la consolazione della bottiglia, perché solo nei sogni che essa offriva egli riusciva ad essere felice di nuovo.
Con la mamma in paradiso e il papà nelle locande, la bambina di porcellana aveva solo i fratelli che si curavano di lei. Ma quello che né la mamma né il papà avevano mai saputo, era che i due fratelli detestavano la piccola bambola bambina. Fin da quando era nata, l’avevano torturata con scherzi crudeli, strappandole i bei capelli biondi, pizzicandole la candida pelle, distruggendole i giochi che la mamma le regalava. La piccola indifesa soffriva e piangeva, ma non sapeva ancora scrivere e non aveva la voce, per cui i fratelli sapevano di potersi divertire con lei quanto volevano.
Ora la bella bambolina era il loro gioco preferito, nel silenzio della casa vuota. Nessuno si curava più di loro, o di quanto dolore riuscissero a procurarle. Nessuno accorreva alle urla di una bambina senza voce.
Gli unici momenti in cui la bimba non veniva tormentata, erano durante le brevi visite della giovane donna bruna che portava loro latte, pane e qualche pezzo di formaggio. La donna era stata amica della mamma, e sapeva che la triste famiglia stava attraversando un momento di bisogno. Avrebbe desiderato portare i bambini a casa con sé, ma aveva già una sua famiglia e non poteva provvedere a tutti quanti. La sua casa era molto lontana, serviva molto tempo per attraversare la valle ed arrivare dai tre bambini, ma la donna aveva voluto molto bene alla loro mamma, e cercava di andare ogni volta che poteva, anche se l’inverno avanzava e le strade erano faticose da percorrere.
Una di queste visite stava appunto volgendo al termine, quando la bambola bambina si trovò sola nella sua camera. I suoi fratelli stavano accompagnando la donna bruna fino alla bottega all’inizio del paese. La bimba sentiva tanto male per quello che le avevano fatto i due fratelli, non riusciva a camminare con loro. Avrebbe voluto farlo capire alla donna bruna, che era tanto gentile con lei, ma i suoi fratelli non le lasciavano sole nemmeno per un momento, così mosse le mani per indicare che aveva molto sonno e voleva dormire. La donna l’aveva messa nel lettino e le aveva rimboccato le coperte prima di uscire con i due bambini.
La bimba pianse quando loro uscirono. Le mancava la sua mamma, le mancava il suo papà. Era stanca del dolore. Abbracciò la sua bambola di porcellana, quella che le somigliava tanto, quella che la mamma le aveva portato dalla città qualche giorno prima di andare in Paradiso.
Desiderò di essere una bambola, desiderò di non sentire più nulla.
C’era una volta una bambina che aveva dimenticato il lieto fine delle favole, perché la vita era troppo dura, e per salvarsi nascose la sua anima in una bambola, diventando a sua volta un vuoto involucro color porcellana.
Ma la magia non servì. I fratelli tornarono e la trovarono immobile e delicata come la bambola bionda seduta accanto a lei. Pensarono si stesse prendendo gioco di loro, e cercarono di farla smettere tirandole i capelli e pizzicandola. Quella che era stata la loro sorellina rimase immobile, con gli occhi azzurri fissi su di loro e un lieve sorriso sulle labbra rosa. I fratelli si infuriarono. I pizzicotti divennero più forti, e i capelli iniziarono a venire strappati a ciocche intere. Ma la bambina di porcellana non sembrava sentire il dolore.
Il fratello più grande prese la verga e iniziò a colpirla con quella. Lunghe strisciate di sangue macchiarono la pelle candida della bambina, ma il sorriso rimase intatto sulle sue labbra.
I due fratelli ebbero paura, i suoi occhi sembravano accusarli e il sorriso pareva deriderli. Ma loro erano più grandi, non potevano farsi spaventare dalla bimba. Dovevano solo farla smettere di sorridere. Dovevano coprirle gli occhi. I fratelli presero la coperta dal lettino e la schiacciarono sul viso dai tratti delicati. Premettero e non smisero che dopo molto tempo. Non si accorsero che il piccolo petto della bambina aveva ormai cessato di alzarsi ed abbassarsi.
Quando ormai le braccia furono stanche di schiacciare la coperta sul viso della sorellina, sollevarono la coltre.
Urlarono quando videro cosa avevano fatto. La bambina non era più color porcellana. Era grigia come una bambola dimenticata in soffitta per cento anni. Profonde crepe le percorrevano le guance non più rosee, e le labbra erano spaccate in più punti. Una palpebra era abbassata, ma l’altro occhio era spalancato, il limpido azzurro sbiadito in un bianco giallastro e malato.
Il più giovane scoppiò in un pianto impazzito, mentre il maggiore non riusciva ad allontanarsi da quel corpo immobile.
Non videro la bambola muovere gli sferici occhi azzurri su di loro. Non la videro aprire piano le labbra, in un ghigno di denti aguzzi e famelici. Non badarono alle piccole mani di porcellana, che si sollevarono mentre le unghiette si allungavano fino a divenire lunghi artigli arcuati.
Solo quando la bambola rise, si accorsero di lei.
Quello che avvenne dopo non è dato saperlo, ma dei due fratelli nessuno ebbe più notizie. Quando la donna bruna tornò nella casa della sua amica del cuore, trovò la bambina morta nel suo lettino, ancora con le coperte rimboccate come le aveva lasciate nella sua ultima visita. Era così serena e in pace da sembrare una bambolina di porcellana, raccontò la donna alla sua famiglia quando tornò nella sua valle. E aggiunse che si era commossa quando aveva visto che la bimba teneva accanto a sé tre bambole con le fattezze dei due fratelli maggiori e di sé stessa. Dovevano essere molto legati, disse la donna bruna asciugandosi una lacrima, prima di tornare ad occuparsi della cena.

Domenica

Oggi ho deciso di postare il primo racconto "racconto" che ho scritto nella mia vita. In realtà, avevo scritto altri raccontini prima di questo, un paio alle elementari e almeno uno alle medie, però non riesco a considerarli con serietà.
Questo racconto, che è stato scritto per un compito in classe di italiano quando ero in seconda superiore (tema libero: scrivete un racconto. Mi è sembrato una cosa meravigliosa, quando ci è stato assegnato. Me lo ricordo ancora come se fosse accaduto l'altro ieri, invece che quasi diciassette anni fa), è il mio primo vero racconto con atmosfere horror. E' assurdo, scritto male, incoerente, semplicistico come può essere un lavoro fatto da una quindicenne senza alcuna nozione di scrittura creativa, ma devo dire che nonostante tutto ha un alone onirico che conserva un certo fascino ancora adesso. E poi non posso non amarlo, è come un figlio per me, gli vorrò sempre bene. Con questo lavoro ho poi partecipato ad un concorso di prosa e poesia, che veniva fatto annualmente nel mio istituto, ed è arrivato primo nella prosa, per cui è stato incluso in una micro raccolta e sono finita sul Resto del Carlino con una bella foto della mia espressione estasiata. Insomma, ho avuto il mio primo (e penultimo) momento di gloria come scrittrice.
Ma ora basta, bando alle ciance. Eccolo qui.


DOMENICA
“Allora noi usciamo, Michelle. Mi raccomando, fate i bravi.”
“Certo, papà!” Gli sorrisi, grata per la dimostrazione di fiducia nei miei confronti. Rispose al mio sorriso, anche se con un’ombra di preoccupazione nello sguardo.
“E’ la prima volta che ci strappi il consenso di far venire i tuoi amici a mangiare qui a casa, mentre noi non ci siamo. Come tu ci sia riuscita non l’ho ancora capito, ma fai in modo che non ce ne dobbiamo pentire, ok?”
“Certo, papà!”, ripetei con un sorriso ingenuo stampato sul volto.
“Bene, spero che tu abbia ascoltato almeno una parola di quello che ti ho detto. Ci vediamo stasera.”
Probabilmente sarebbe rimasto molto volentieri ancora qualche momento, in modo da spiegarmi più dettagliatamente cosa volesse dire rimanere a casa da soli, con degli amici, per una giornata intera, ma la mamma, dal basso, stava suonando il clacson da circa cinque minuti, e c’era il rischio che qualche vicino, disturbato nella pace della domenica mattina, le tirasse dietro i soprammobili.
Gli lanciai un saluto mentre lui già correva giù per le scale, urlando “sto arrivando” alla mamma, che però continuava a suonare il clacson come se niente fosse.
Qualche secondo dopo, una violenta sgommata mi indicò che erano partiti.
Finalmente ero sola.
Mi precipitai in camera ed accesi lo stereo a volume massimo. Davano della musica bellissima, piena di ritmo.
Andai in sala da pranzo movendomi a tempo e cominciai a preparare la tavola, in modo da avere poi tutto il tempo per prepararmi.
Il pranzo si prospettava delizioso: spaghetti con le vongole, pollo arrosto con patate al forno, frutta mista e, per finire in bellezza, torta fatta in casa, degna dei migliori ristoranti. Ci avevo lavorato ore il giorno prima, in modo che fosse tutto perfetto. Mi sentivo una provetta padrona di casa.
Finiti i preparativi, avevo molto tempo ancora a disposizione, quindi mi immersi in un bel bagno bollente e profumato, dove mi rilassai per un’ora circa.
Infine, dopo essermi asciugata e vestita, uscii sulla terrazza: i miei amici sarebbero arrivati a momenti.
Chiusi gli occhi per un attimo ed inspirai una profonda boccata d’aria.
Una brusca frenata mi fece sussultare. Aprii gli occhi: erano arrivate due moto che trasportavano un ragazzo ed una ragazza ciascuna. I miei ospiti.
Parcheggiarono le moto in garage e poi, con la stessa delicatezza di quattro cuccioli di elefante, corsero su per le scale.
La prima a comparirmi davanti fu Alessandra, seguita da Luca, Simona e Nicola. Anche loro, come me, erano studenti, ragazzi normalissimi con i classici problemi dell’adolescenza.
Nei loro occhi, come nei miei, ancora si leggeva solo allegria e spensieratezza.
Dopo aver fatto gli onori di casa, portai in tavola gli spaghetti, mentre i ragazzi prendevano posto.
Il pranzo passò velocemente, tra pettegolezzi e risate: tutto era perfetto, proprio come lo avevo immaginato.
Il programma per il pomeriggio era di guardare un film mangiando popcorn. Lo facevamo spesso. Niente finora faceva presupporre ciò che sarebbe accaduto.
Notai quell’uomo mentre riponevo i piatti sporchi nel lavello.
Buttai un’occhiata fuori dalla finestra e lo vidi: era un uomo alto e magro, con capelli castani e ricci. Non ricordo come fosse vestito.
Si trovava nel cortile e voltava le spalle alla casa, fissando un punto oltre il campo incolto che si estendeva dietro casa mia. Non si muoveva. Quando lo vidi, un brivido mi percorse la schiena. Non sapevo perché, ma lo temevo.
In quel momento, squillò il telefono e io corsi a rispondere: mia madre. Le dissi subito cosa avevo visto.
“Un uomo?” fu la sua risposta “Gli hai chiesto cosa vuole?”
“No mamma… mi fa paura!”
“Va bene, ascolta: tu e i tuoi amici state in casa e non aprite a nessuno. Noi veniamo subito, stai tranquilla.”
“Grazie mamma. Ti voglio bene”
“Anch’io te ne voglio, tesoro!”
Dopo aver chiuso la telefonata, per un po’ cercai di dare retta al consiglio di mia madre. Non dissi niente agli altri. Poi, però, la curiosità ebbe la meglio. Andai alla finestra della cucina e bussai più volte.
Dapprima, l’uomo non si mosse, come se non potesse sentirmi. Improvvisamente, si voltò e mi guardò.
Aveva una faccia lunga e scura ed uno sproporzionato naso bianco.
Ma la cosa peggiore erano gli occhi. Non riuscivo a capire come fossero fatti, sembravano in un continuo turbinio. Provai un senso di orrore e fuggii.
Tornai in sala da pranzo con gli altri e, terrorizzata, raccontai ciò che avevo visto.
I ragazzi mi dissero che sicuramente non c’era niente di cui aver paura, di certo avevo preso un abbaglio, probabilmente si trattava semplicemente di un contadino, ma le ragazze invece si spaventarono dopo aver ascoltato il mio racconto.
Dopo venti minuti circa, decisi di tornare in cucina per vedere se era ancora lì. C’era.
Stavolta però non feci nulla, i miei genitori sarebbero arrivati a breve.
Lui era ancora immobile e guardava il campo. In quel momento, arrivarono i miei genitori.
Scesero dalla macchina e si avvicinarono all’uomo, che si voltò lentamente verso di loro.
Corsi verso la porta d’entrata, volevo raggiungerli.
Mentre stavo aprendo la porta, un urlo acuto di paura risuonò nell’aria. Mi bloccai sull’uscio con il sangue gelato nelle vene.
Guardai i miei amici. Mi stavano fissando terrorizzati.
Con il cuore in gola, attesi altri rumori, un altro urlo… qualcosa, insomma, ma niente. Intorno a me regnava il silenzio totale.
Mi decisi ad andare a vedere cosa fosse successo, ma non riuscivo a muovermi. I miei amici restavano seduti e mi fissavano. Sembravano statue di cera.
Finalmente mi convinsi ed andai alla finestra della cucina.
Guardai fuori e urlai. Urlai a lungo di dolore e disperazione.
L’uomo con i capelli ricci era là, nel cortile, in piedi, ed aveva le mani sporche di sangue… ma non solo le mani: ovunque era stato spruzzato con il sangue. Aveva un lungo coltello nella mano sinistra.
Ai suoi piedi c’erano i corpi dei miei genitori. Le teste, però, erano saltate a qualche metro di distanza.
Il volto di mia madre si vedeva molto bene: era ancora contratto in una espressione di folle paura. Forse fu uccisa per ultima.
Quando urlai, l’uomo si voltò verso di me e mi sorrise. A quel punto, capii che per me era finita: ora sarebbe stato il mio turno.
Per un attimo solamente, la vista mi si annebbiò e mi sentii sprofondare in uno stato di semi incoscienza. Dovetti reggermi alla maniglia del frigorifero per non finire a terra.
Il cervello sembrava dovesse scoppiarmi da un momento all’altro, tutti gli arti mi si erano irrigiditi… credevo di impazzire, ma tutto tornò alla normalità d’un colpo quando mi accorsi che lui aveva cominciato a camminare. Non potevo, non dovevo lasciarmi andare. Non pensai più ai miei genitori, ma a me ed ai miei amici.
Se avessi ceduto, per noi sarebbe stata la fine. Senza esitare, corsi in sala da pranzo.
Simona ed Alessandra stavano piangendo per la paura, Luca e Nicola le stringevano fra le braccia senza capire cosa stesse succedendo, pallidi e tesi.
Non ero per niente sicura che potessero resistere, se avessero saputo quello che era accaduto, ma non potevo fare altro che dirglielo, non avevo altra scelta.
“Li ha… uccisi… ha ucciso i miei genitori e adesso sta venendo qui!”
Vidi le facce dei quattro contrarsi. Parlai di nuovo prima che avessero il tempo di realizzare fino in fondo ciò che avevo detto.
“Non possiamo farci prendere dal panico, non possiamo permettercelo… sta venendo a prendere anche noi e dobbiamo difenderci”
Rimasi stupita di quello che successe: le ragazze smisero di piangere e, in silenzio, vennero da me, seguite dai ragazzi.
Con voci tremanti e stridule, mi chiesero cosa potevamo fare.
“Dobbiamo usare le uniche armi che abbiamo a disposizione: i coltelli”
Lanciai un’occhiata alla porta d’ingresso e mi ricordai improvvisamente che c’erano le chiavi sulla toppa. Per quell’assassino sarebbe stato come un’invito a pranzo entrare in casa.
Dissi agli altri di cercare in cucina i coltelli più grandi di cui disponevo, mentre io avrei staccato le chiavi.
Aprii la porta e mi venne voglia di piangere. Qualche tempo prima, mio padre aveva avuto la bella idea, a suo parere, di studiare una chiusura di sicurezza per la porta. Questa consisteva in un pezzo di ferro che fuoriusciva dal legno della porta, passava attraverso il portachiavi e si avvitava ad un altro che si piantava dalla parte opposta.
Mio padre sosteneva che in questo modo i ladri avrebbero avuto difficoltà a rubare le chiavi che venivano dimenticate sulle porte. Era infatti un po’ di tempo che, nella nostra zona, i ladri prendevano le chiavi che rimanevano sulle toppe per poi rapinare da cima a fondo le case non appena lasciate incustodite. L’idea di mio padre forse era anche buona, ma il sistema applicato lasciava di certo a desiderare. Non glielo dissi mai, ma a mio parere quel “coso” non serviva proprio a nulla.
Tutto sommato, comunque, io non ero mai riuscita a sciogliere l’intreccio dei due pezzi di ferro, e prendere dunque le chiavi.
Fu per questo motivo che mi vennero le lacrime agli occhi. Se non c’ero mai riuscita prima, ero dunque spacciata?
Decisi di contare sulla forza della disperazione. Tentati di sollevare la mano destra e disfare l’intreccio, ma non voleva rispondere ai miei comandi. Semplicemente, non riuscivo a muoverla e mi faceva malissimo. Reumatismi, diceva mia madre, ma quello non mi sembrava proprio il momento più opportuno per un attacco reumatico.
Provai ad agire sulla serratura con la mano sinistra, con scarsi risultati.
Sentii un miagolio e mi voltai: fuori dalla porta a vetri c’era il mio gatto nero che voleva entrare. Stavo per aprirgli, quando sentii dei passi sulla ghiaia, sotto la scala: stava arrivando.
In preda al panico, iniziai a prendere a calci il portachiavi. Quando udii il primo passo per la scala, riuscii a romperlo. Le chiadi caddero a terra rumorosamente.
Le calciai dentro casa e chiusi la porta sbattendola.
Rimasi un momento in ascolto, ma non udii altri passi sulla scala.
“Abbiamo trovato solo questi quattro” disse una voce roca alle mie spalle, facendomi sussultare. Mi voltai di scatto. Era Alessandra, pallida e con il viso rigato di lacrime, che reggeva in mano quattro aguzzi coltelloni da carne.
Con mani tremanti, ne presi uno per me, uno lo lasciai a lei, e gli altri li passai a Simona e Nicola.
“E io… cosa faccio?”
Luca era davanti a me, disarmato, e mi guardava con occhi impauriti e vuoti.
Sulle prime non seppi cosa dirgli, poi mi venne un’idea e corsi in bagno.
Un momento dopo tornai da lui “Tieni” dissi, e gli porsi un paio di affilatissime forbici da barbiere.
“Mi dispiace, io… Sono stata io a coinvolgervi in tutto questo, e adesso non so fare altro che darti delle forbici…”
Gli porsi il mio coltello, ma Luca scosse la testa dicendo “Penso che a te servirà di più. Credo sia solo tu quella che Lui vuole, adesso…”
“Ma perché…” iniziai, quando all’improvviso i passi sulla scala ricominciarono, più veloci, e ci zittimmo tutti.
Ci nascondemmo a fianco della finestra della sala da pranzo, che dava sulla scala.
Sentii dentro di me che l’uomo era oltre quella finestra, e guardava dentro. Ne ero certa, e anche gli altri lo sapevano.
Non respiravamo.
Pensai al mio gatto, che era ancora là fuori, ed ai miei genitori…
Chiusi gli occhi per un momento e strinsi forte l’impugnatura verde del mio coltello.
Quando riaprii gli occhi, non capivo dove mi trovavo. Poi riuscii a realizzare: ero in camera mia, nel mio letto, in un bagno di sudore.
Era stato tutto solo un brutto incubo!
Ma come era possibile? Era tutto così realistico… ne fui comunque sollevata e felice.
Mi alzai, e stavo andando a fare colazione, quando guardai sul mio comodino. C’era un grosso coltello sporco di sangue, con l’impugnatura di colore verde.
Svenni.

Retrocognizione, infestazione di edifici, psicosopia, impregnazione psichica...........


Sto cercando di legare diversi fenomi paranormali di questo tipo in un racconto che è via di sviluppo. Ancora non so bene come, però ho un'idea in mente che devo riuscire a sviluppare decentemente. Nel frattempo, sto facendo qualche ricerca in rete





Retrocognizione: Il termine retrocognizione significa semplicemente chiaroveggenza nel passato.Può presentarsi in vari modi, tutti sperimentati:- soggetti sotto ipnosi hanno raccontato di intere giornate di altre persone e in questi casi potrebbe trattarsi semplicemente di telepatia tra i soggetti;- altre volte la retrocognizione può verificarsi come descrizione della storia di un oggetto (induttore) che nelle mani di un sensitivo rilascia la storia che ha alle spalle. In questi casi parliamo di chiaroveggenza tattile;- ennesimo modo è il verificarsi di una visione di eventi passati nell'ambiente dove il sensitivo in quel momento si trova.In numerosi casi un oggetto può rappresentare un "appoggio" per raggiungere lo stato psicologico adatto.Entrando nel nucleo della questione, dopo numerose ipotesi, come è normale quando si studiano i fenomeni paranormali, quella più accreditata sembra essere la teoria spiritista:un oggetto o un fatto lascerebbero dietro di se delle tracce immateriali legate alle persone o ai fatti accaduti.Seguendo questa ipotesi, il passato continuerebbe ad esistere come esisterebbe già il futuro sulla traccia del primo (Corrispondenza universale di Jung). (fonte: Paranormale.com )

Impregnazione psichica: Il medico americano Joseph Rhodes Buchanan affermò nella metà del secolo scorso: "...il passato è sepolto nel presente."Questa affermazione a distanza di tanti anni fa ancora riflettere: tutto ciò che avviene ed è avvenuto lascia traccia nelle cose e questa teoria potrebbe essere alla base di numerosi fenomeni paranormali quali anche le apparizioni di defunti.Successivamente il geologo Denton fu certo di poter correggere la teoria del professor Buchanan ed affermò che "... il passato non è sepolto nel presente ma vive in esso e può essere letto con la stessa esattezza con la quale un osservatre dell'epoca ha potuto assistere all'evento in questione!" e continua dicendo: "... non si può entrare in una stanza di giorno e di notte senza lasciare dietro di se una scia, una traccia del passaggio nelle cose che sono in quella stanza.". (fonte: Paranormale.com )
Secondo tale teoria, alcuni individui sarebbero portatori inconsapevoli di una particolare energia psichica molto forte. Quando tali individui si trovano a vivere eventi particolarmente violenti dal punto di vista fisico e/o psicologico (una ingiustizia, una crudeltà, una morte violenta o improvvisa, per esempio), tale energia troverebbe sfogo esternamente, andando ad impregnare, come fosse una spugna, la materia tutt’attorno. In seguito, anche dopo la morte dell’individuo e dunque la scomparsa della fonte primaria di tale energia, l’ambiente, i luoghi e gli oggetti, continuerebbero a conservare parte di tale energia e, come ripetitori televisivi, a trasmetterla continuamente. Strettamente collegata alla precedente è la teoria formulata da Peter Underwood e Hermann Wilkins, dell’università dell’Ohio. Secondo tale teoria, i fantasmi altro non sarebbero che immagini provenienti dal passato. Secondo i due ricercatori, in particolari condizioni fisiche ambientali, si creerebbe una sorta di temporaneo “buco temporale”, che permetterebbe di vedere nel passato per pochi secondi. Tale teoria spiegherebbe, ad esempio, perché i fantasmi sarebbero in grado di attraversare porte chiuse o muri: dove ora ci sono tali barriere, in passato, “la via era libera” e gli uomini, le immagini dei quali torniamo momentaneamente a vedere, potevano muoversi liberamente (fonte: Dal tramonto all'alba )

Infestazione: Con questo termine si intende una manifestazione spontanea di fenomeni paranormali vari (che si producono anche in assenza di medium), che sembra essere legata al luogo e che può perdurare nel tempo.La fenomenologia è quanto mai varia e può andare dalle apparizioni ai raps, dai movimenti di oggetti a fenomeni sonori di vario tipo: a volte può presentare più tipi di fenomeni mentre altre volte un solo tipo di fenomeno che regolarmente si ripete.Errore tipico in cui si incorre durante un caso simile è confondere un caso d'infestazione con un caso (assai simile ma fondamentalmente diverso) di poltergeist. Ennesima distinzione e' il caso d'infestazione dal caso di psicoscopia durante il quale persone sensitive hanno visioni o percepiscono voci o suoni.
Possiamo certamente suddividere i casi d'infestazione in due tipologie principali:
MECCANICO: in cui le manifestazioni d'infestazione si ripetono continuamente sempre allo stesso modo indipendentemente dai presenti.
INTELLIGENTE: manifestazioni appunto a carattere intelligente fino al punto di stabilire comunicazioni varie con i testimoni. Possono comunque contenere anche manifestazioni di tipo meccanico.
Allo stesso modo potremmo catalogare le ipotesi principali che tentano di spiegare in modi diversi i casi di infestazione:1° ipotesi - il fantasma infestante rappresenta lo spirito di un defunto che per qualche motivo non si è reso conto di essere morto ed è per questo che vaga in attesa di ritornare in vita.2° ipotesi - il defunto è consapevole di essere trapassato ma non riesce a liberarsi delle vicende a cui era legato in vita: la cosa è incentrata su avvenimenti per cui lo spirito inquieto prova rancore, rimorsi o rimpianti.3° ipotesi - l'infestazione di uno spirito rappresenterebbe un mezzo di comunicazione attraverso il quale il predetto spirito cerca di avvertire i viventi di qualcosa: pericolo vicino, morte in arrivo, ecc.Proprio a questa terza ipotesi potrebbe collegarsi un episodio abbastanza conosciuto, risalente al 1858 (circa): il fisico scozzese David Brewster e sua figlia furono ospiti dei coniugi Stirling. Dopo un'intera notte di rumori strani la signorina Brewster uscì dalla sua camera da letto scorgendo una figura femminile che additava la porta della camera da letto dei coniugi Stirling. Questi quando gli fu riferito, rimasero molto turbati poichè secondo una antica leggenda, quel fantasma era sempre apparso solo per preannunciare una morte imminente. Fu così che nello stesso anno, durante la rivolta dei Sepoy, i coniugi Stirling morirono in India.
4° ipotesi - il Myers avanzò l'idea che le apparizioni possano essere sogni materializzati o comunque trasmissioni telepatiche verso i viventi.5° ipotesi - ultima ipotesi potrebbe porre l'immagine del fantasma infestante come impronta psichica (o proiezione mentale): praticamente una proiezione mentale del fantasma quando era ancora in vita, da mantenere la ripetizione della sua materializazione nel tempo.
Ci sono comunque casi limite in cui si incrociano infestazioni, sogni e vicende di tutti i giorni: il caso di un fantasma che venne visto dalla padrona di una casa in affitto e che il giorno seguente rivide materializzato in una signora che chiedeva di fittare l'abitazione che stranamente aveva sognato la notte precedente. (fonte: Paranormale.com )

Psicosopia: Fenomeno che permette ad un sensitivo che entra in contatto tattile con un oggetto, di percepirne la storia e gli eventi a cui è stato presente: quindi è sempre un fenomeno di retrocognizione ove l'oggetto in questione rappresenta un oggetto induttore.Deriva dal greco psychè = anima - psiche e da skopèin = vedere ed è stata introdotta in sostituzione del termine psicometria risalente al 1842.Il fenomeno fu scoperto per caso nel 1840 dal neurologo Joseph Rhodes fautore della frase "Il passato è rinchiuso nel presente...".Il Rhodes scrisse anche alcune opere sull'argomento che attrassero l'attenzione di un geologo di Boston, il prof. William Denton che unì le teorie del Rhodes con ciò che accadeva alla moglie quando si trovava in contatto con vari minerali. La donna infatti, al contatto con questi minerali presentava una sensitività che le permetteva di ricostruire fenomeni geologi nei quali erano stati coinvolti i minerali che aveva dinanzi.In Italia esperimenti sulla psicoscopia vennero condotti dal prof. Francesco Egidi e dal dott. Piero Cassoli.
Un posto d'onore è occupato dalla cosiddetta piscoscopia d'ambiente, dove l'oggetto induttore è l'intero ambiente in cui si ritrova il medium.Facili gli esempi come i nitriti di cavalli e i frastuoni di guerra che ancora qualche sensitivo ode sul campo di battaglia di Maratona.Tantissime ipotesi sono state avanzate ma normalmente poi si ritorna sempre alla teoria dell'impregnazione per poi scarlarla.Altre teorie meno accreditate sono un contatto telepatico tra il sensitivo e qualcuno che anche se non presente all'esperimento, conosce la storia dell'oggetto induttore, o ancora ad una memoria universale, all'inconscio collettivo, al serbatoio cosmico, etc. (fonte: Paranormale.com )

Poltergeist: Con il termine Poltergeist (termine tedesco che vuol dire spirito chiassoso, rumoroso) indichiamo tutti quei fenomeni incentrati in particolare nei movimenti di oggetti, rumori, fuochi, voci umane, pioggia di sassi più una grande quantità di modifiche nell'ambiente circostante. Questa fenomenologia paranormale viene altresì indicata con la sigla RSPK e cioè Psicocinesi Spontanea Ricorrente ed è uno di quei fenomeni ancora oggi conteso tra chi ne teorizza le origini spiritiste e chi quelle parapsicologiche.
Cosa che in quasi tutti i casi di RSPK sembra emergere è una sorta di "mente-regista" che sprigiona (attraverso azioni deleterie) la completa volontà di fare del male, di offendere.
La numerosa casistica ha permesso di individuare determinati fattori specifici dei casi di RSPK:
- strani rumori: battiti, pichiettii, fruscii;
- spostamenti e/o sparizioni di oggetti;
- apparizioni di scritte o disegni su pareti, mobili, carta;
- distruzione di oggetti;
- allineamento di oggetti;
- apparizioni di pozze d'acqua;
- fuochi;
- sensazione di essere spinti da una forza invisibili
. (...)
Tra gli studiosi della materia si è raggiunta una sorta di concordanza nel ritenere più certe di altre delle ipotesi che altre:il fenomeno dei poltergeist si manifesterebbe nella maggior parte dei casi tramite un soggetto riconducibile a quell’ambiente o perchè abitante dello stesso o perchè lo frequenta assiduamente. L'identikit di un soggetto "portatore involontario" di un poltergeist è nella fase pre-puberale (nelle donne può accadere nel periodo delle prime mestruazioni) con problemi sociali/familiari o comunque con turbe emotive che lo porterebbero a sviluppare energia psicocinetica. Queste situazioni tese, in un adolescente, possono provocare il fenomeno poltergeist in quanto i soggetti non riuscirebbero a sfogare queste tensioni interne irrefrenabili. Il soggetto diventa il fulcro delle manifestazioni che vanno scemando in maniera concentrica quanto più ci si allontana dal soggetto.Si tratta "semplicemente" di un fenomeno di psicocinesi involontaria che dà luogo a manifestazioni psicocinetiche involontarie invece di dar luogo a sintomi o sogni e che va a scomparire con l'avanzare dell'età e/o con il superamento di problemi legati alla sessualità del soggetto.C'è da dire comunque che si sono verificati casi di "agenti poltergeist" in età adulta che avevano problemi psicologici comunque legati all'infanzia ed alla pubertà.Andrew Green, eminente “cacciatore” di fantasmi britannico, affermò che i fenomeni poltergeist hanno invariabilmente origine da stress, traumi e disturbi mentali di chi li subisce.(fonte: Paranormale.com )
I fenomeni o, in un' ottica parapsicopatologica, i sintomi con cui si manifesta possono essere: improvvise cadute a terra d' oggetti, loro spostamenti o voli; lampade, fornelli o radio che si accendono e si spengono da soli; suoni percussivi: battiti e tonfi, rumori che si avvertono nei mobili o nei muri; quadri che precipitano dalle pareti o che ruotano, squilli di campanelli, bicchieri e piatti che vanno in frantumi, finestre e porte che si aprono e si chiudono da sole, guasti all' impianto elettrico, incendi, etc... il tutto, ovviamente, senza origine fisica accertata. E' raro che episodi di poltergeist si protraggano oltre i due mesi. Fenomeni di anomalie cinetiche di questo genere sono tutt'altro che rare: un interessante elemento osservato già dai primi pionieri della ricerca psichica, è che questi fenomeni paiono prodursi come se una mente intelligente li guidasse; una mente intelligente mossa dalla rabbia, da una volontà di rivalsa, in preda ad un raptus furioso. (...) Psicologi, psichiatri e parapsicologi che in prima persona si sono occupati di casi di RSPK, spostando la loro attenzione dal fenomeno in sé all' ambiente nel quale si presenta, hanno definito oppressivo e limitante il clima psicologico nel quale l' agente focale vive. I fenomeni RSPK compaiono in momenti in cui erano avvenuti nella famiglia cambiamenti e/o problemi che potevano avere influito sull' agente focale. I seguenti eventi ansiogeni connessi all' RSPK: l' insorgenza del fenomeno compare quando la persona focale e la famiglia si trasferiscono in un altro luogo, quando essa è ammalata o sottoposta a insolite tensioni psicologiche, quando un genitore o un' altra persona significativa sono lontane da casa, oppure l' RSPK comincia immediatamente dopo la morte di un parente o di un amico. (...) Ogni evento paranormale s'iscrive all'interno di un Sistema Fenomenico Paranormale, "questo perché i fenomeni psi rappresentano la risultante finale, cioè l' effetto, di un complesso processo interattivo che si realizza tra parti, o elementi, o unità di sistemi diversi", aggiungendo che "ogni rapporto interattivo realizza nel soggetto un evento informativo; acquista cioè la connotazione di una comunicazione significativa", inoltre, riguardo specificatamente il poltergeist: "proprio in funzione della sua forte connotazione di interazione sociale, ritengo che possa essere considerato un vero e proprio evento di comunicazione non verbale ad estrinsecazione extracorporea". (fonte: Dal tramonto all'alba )