L'Ereditiera, di Henry James




"...L'aveva raggiunta e si era accostato a lei come se avesse qualche cosa da dirle. Negli occhi aveva ancora il bagliore del tramonto che aveva fissato. Improvvisamente, a voce sommessa, le aveva rivolto una inaspettata domanda:
"Hai rinunciato a lui?""

Avendo appena finito Il Grande Gatsby, volevo buttarmi a leggere qualcosa di Henry James, dato che Fitzgerald lo amava molto.
In realtà, avevo intenzione di leggere Giro di Vite o un'altra delle sue storie di fantasmi, ma poi sabato ero alla libreria dell'usato e mi è capitato in mano questo L'Ereditiera, ancora incelofanato, con sopra un adesivo recante la scritta "Residuo di magazzino - nessuno mi ha voluto leggere" e non ho resistito, ho dovuto comprarlo e leggerlo subito.
Ora, devo ammettere che la trama non mi attraeva granché. Il titolo (ovviamente la colpa è della traduzione italiana, dato che il romanzo originale si chiama Washington Square), sommato alla immagine in copertina dell'edizione de l'Accademia narratori del mondo mi faceva temere una storia stucchevole con la solita eroina bella, ricca e innamorata, che non può essere felice a causa del padre padrone.

Il che, in realtà, non si discosta molto dalla vera storia raccontata da James, se non per un particolare non indifferente: Caterina (Catherine) non è affatto bella. Non che sia brutta. E' sciapa. Insulsa nell'aspetto e nel carattere, di scarsa intelligenza, per niente brillante. Eppure, nonostante la sua banalità, rimane l'eroina del libro. Il padre, l'arguto e di successo Dottor Sloper, non ha stima nei suoi confronti, la tratta più o meno come un fedele cagnolino, anzi si potrebbe dire che un fedele cagnolino godrebbe di più considerazione rispetto alla sua figlia così poco interessante (infatti, ad un certo punto James racconta che il dottore va avanti un pezzo a parlare in modo entusiasta di un cane incontrato a casa di una delle sue pazienti, mentre non si esprime mai con simile entusiasmo nei confronti della figlia). Il padre non la tratta mai davvero male (non la picchia, non la insulta), ma la ferisce costantemente parlandole con una marcata ironia, prendendola quindi in giro per com'è, ma Caterina è troppo docile e devota per risentirne. Si direbbe che non ha occhi che per il padre, così intelligente ed interessante. Almeno finchè non accadrà qualcosa che le farà passare questo limite.
Oltre a padre e figlia, ci sono altri due personaggi fondamentali nel romanzo di James: la zia di Caterina, Lavinia Penniman, sorella del padre vedova che vive con loro, e Morris Townsend, il corteggiatore, "innamorato" di Caterina. Le virgolette sono d'obbligo, perchè in realtà Morris è uno spiantato cacciatore di dote, ma è talmente bello ed affascinante da irretire immediatamente sia Caterina, che perde la testa per lui (ma in un modo molto compito, com'è nel suo carattere), che la zia Lavinia, che ama fantasticare e creare elaborate telenovele (molto divertente come combini sempre gli appuntamenti segreti con Morris per cospirare, in strade completamente deserte quando in realtà nemmeno in un posto affollato nessuno li noterebbe). E' proprio la zia Lavinia a spingere i due ragazzi l'uno verso l'altro (o per lo meno ad incoraggiare Caterina verso Morris, visto che lui di certo aveva già puntato il patrimonio della ragazza), ma il dottore inquadra subito Morris per quello che è, e fa tutto quello che è in suo potere per far ragionare la figlia, che invece è più che mai decisa a sposare il suo innamorato. Ora, il padre dovrebbe passare per il bastardo della situazione, e di certo lo è, ma per come tratta la figlia (osserva il suo comportamento come se fosse un esperimento di laboratorio, in modo freddo e divertendosi anche delle sue sofferenze), non per come cerca di allontanarla da un destino di sicura infelicità accanto ad un uomo che la sposerebbe solo per sfruttarla economicamente (e Caterina è ovviamente troppo poco sveglia per accorgersene, mentre tutti intorno a lei ne sono consapevoli).
Il padre però esagera nel suo atteggiamento, e pur conseguendo il successo sperato di far interrompere la relazione e salvare così Caterina da un matrimonio sbagliato, ottiene un risultato inaspettato: Caterina ha sofferto così tanto da indurirsi, e quel carattere così mite è diventato duro come la pietra. Non cederà a nessun compromesso, mai, rimanendo per tutta la vita ferma sulle sue decisioni. Da sola.
Un finale sicuramente poco canonico, nè positivo (siamo ben lontani da "e vissero tutti felici e contenti"), nè troppo negativo (non accade alcuna tragedia, come ad un certo punto della lettura invece mi aspettavo), ma non per questo meno triste. Un racconto pervaso di ironia e acume, una sottile analisi delle psicologie di quattro personaggi così diversi tra loro, e sicuramente un interessante quadro della società borghese di fine '800. 


""Cerca di farne una donna intelligente, Lavinia; ci terrei che diventasse una donna intelligente."
Al che la signora Penniman si mostrò per qualche istante pensierosa:
"Mio caro Austin" domandò "Tu credi che sia meglio essere intelligenti o essere buoni?"
"Buoni a che? Se non sei intelligente non sei buono a nulla""
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